Psicologia e finanza

Perché uno psicologo vince il premio Nobel per l’Economia?

Psicologia e finanza - Daniel KahnemanIl sito del Premio Nobel cita: il premio Sveriges Riksbank nelle Scienze Economiche in Memoria di Alfred Nobel 2002 viene equamente diviso tra Daniel Kahneman per aver integrato scoperte derivanti dalla ricerca psicologica con le scienze economiche e Vernon L. Smith per aver condotto esperimenti di laboratorio con strumenti empirici di analisi economica, specialmente nello studio dei meccanismi alternativi di mercato.
Il primo uno psicologo (famoso da quel giorno in poi), il secondo un economista (sconosciuto alle masse a tutt’oggi) che fa ricerca economica con dati psicologici.

Insolito? Certo. Strano? No. Proviamo a capire il perché.

Quello che Daniel Kahneman (qui ci occuperemo solo di lui) ha fatto, è reimpostare epistemologicamente lo studio di gran parte dell’economia. L’epistemologia, grosso modo, riguarda come usiamo, entriamo in possesso e ci occupiamo della conoscenza (in greco: episteme).

Di economia trattava già Aristotele, che lo si sa si occupava un po’ di tutto. Dopodiché tanto silenzio fino ai mercantilisti e ai fisiocratici: Francia e Inghilterra del secolo XVII-XVIII. Così nasce la disciplina dell’economia, che come spesso accade a materie che vogliono provare a spiegare comportamenti umani (individuali o aggregati), si fonda su alcuni assunti teorici a partire dai quali si cerca di spiegare i fenomeni del mondo. Il Quesnay da buon medico quale era, ad esempio, spiega  che la circolazione delle merci funziona più o meno come la circolazione del sangue nel corpo umano. Parte da un’analogia, e paragona i funzionamenti economici a quelli fisiologici umani. Per definizione un’analogia consiste nello spiegare un fenomeno citandone un altro. Un’analogia in realtà non spiega mai.

I classici che vengono in seguito, Smith, Ricardo fino allo stesso Marx partono da idee, assiomi quasi, teorie (direbbe Aristotele) per poi sviluppare conclusioni che sarebbero più o meno riscontrabili nel mondo reale. Quindi, epistemiologicamente, l’economia parte come un insieme di postulati, di cui si è andati poi a cercare la veridicità nel cosiddetto mercato. Man mano poi il mercato stesso smentiva di netto le grandi costruzioni teoriche, venivano coniate espressioni come “anomalie di mercato”, “crisi”, o metafore suggestive come “bolle”, “venerdì nero”, “cigni neri”...

Questa impostazione di studio, per quanto abbia dato origine a fertilissime pagine e decenni di elevatissimi dibattiti, è sempre più insufficiente per comprendere una disciplina il cui attore principale è l’ uomo, il consumatore/risparmiatore.

Gli studiosi delle scienze statistico-finanziare (creature recenti nell’evoluzione umana: sono comparsi solo da pochi decenni) fanno più che bene ad utilizzare complessi modelli matematici per provare a predire, forecastizzare e creare scenari possibili. L’uomo di oggi senza la matematica non farebbe (quasi) nulla. I modelli matematici esercitano su di noi, tra le altre cose, il fascino dell’illusione del controllo. Più matematica c’è dietro una disciplina più ci sembra corretta. Più ci sentiamo vicini alla verità più ci sembra di capire il mondo e quindi capaci di scrutare anche nel futuro.

Tough luck! Direbbero gli inglesi! L’economia, la finanza... non seguono poi così tanto le regole matematiche. E questo perché il soggetto operante e, di conseguenza, determinante delle dinamiche del mercato è l’uomo che, di per sé, non è soggetto a principi logico-matematici nei suoi comportamenti.

Ecco perché uno psicologo finisce per vincere il premio Nobel per l’economia. Perché dopo 2000 anni ha portato, nel dibattito economico, quei dati che dimostrano che il comportamento umano non è una variabile prevedibile né tanto meno controllabile. Eh beh direte: gli economisti non lo sapevano? Alcuni sì, tanti no.

Kahneman ha dimostrato attraverso studi empirci pluridecennali di tipo psicologico-comportamentale (senza molta attenzione per l’economia almeno in principio) che l’uomo cambia i propri criteri decisionali a seconda dei fattori di stress esterni o interni, presenti al momento in cui l’individuo opera una scelta. Ovvero in momenti diversi, esposto a fattori ambientali ed interni diversi, l’uomo non è che attua scelte diverse, egli cambia i principi che dettano le sue scelte.

Vale qui la pena ricordare che gran parte delle teorie economiche post ottocentesche partono dall’idea dell’Homo Oeconomicus (grande amico del padre della teoria di equilibrio economico generale – quella della domanda e dell’offerta per intenderci – Leon Walras): ovvero di un operatore di mercato la cui principale caratteristica è la razionalità.

Cosa si intende qui per comportamento razionale? 

Nell’idea di Walras (considerato da Schumpeter il più grande degli economisti, e forse non a torto) l’uomo razionale: è in grado di disporre in sequenza le proprie priorità; tende a massimizzare il suo livello di soddisfazione sempre; sa analizzare e prevedere nel modo migliore eventi del mondo circostante.

L’uomo? Mah... e il 1929? E il 2001 ...e il 2008???

Kahneman parte da una raccolta di dati e sviluppa col Tversky una serie di conclusioni che non smentiscono tutto quello che l’uomo ha fatto fino ad oggi in economia, ma minano la veridicità di molti assunti e postulati su cui è stata impostata l’economia diciamo classica fino ad oggi. Da buon scienziato del comportamento, non è partito da un’idea precostituita, ma si è trovato davanti una raccolta di dati, a partire dai quali ha avuto delle intuizioni che poi ha provato con un’ulteriore ricerca empirica. 

Che cosa ne è venuto fuori? Perché si dice che va contro alle teorie classiche? Perché, per fare un esempio, l’individuo tende alla massimizzazione del proprio benessere economico e all’ottimizzazione delle risorse se il fattore di rischio nei confronti di una possibile perdita è sufficientemente basso da non generare quel livello di ansia e di paura che gli fa cambiare il suo comportamento abituale ergo la sua tendenza a voler massimizzare la propria soddisfazione economica.

Per capirsi, in un’equazione matematica in cui la massimizzazione del profitto e la possibilità di una perdita sono statisticamente, probabilisticamente uguali, secondo un assioma classico diciamo, il comportamento umano dovrebbe tendere al massimo profitto. Le ricerche di Kahneman dimostrano che in presenza, ad esempio, di diminuzione della qualità della vita (intesa come esperienza dello star bene), la ricerca del premio massimo non è così automatica: l’operatore del mercato non sceglie necessariamente l’opzione che massimizzerebbe il profitto di un determinato investimento se quell’opzione dovesse causare la perdita di altri aspetti che determinano la qualità dell’esistenza dell’operatore economico stesso. Ad esempio, ipotizziamo due strategie di investimento:

• La prima permette di guadagnare il 50% in 10 anni con una probabilità del 90%. Questa strategia però è piuttosto turbolenta nel senso che, con una probabilità del 20%, nel corso dei 10 anni il capitale investito arriverà a diminuire anche del 25% (per poi come detto tornare ad ottenere un rendimento del 50% dopo 10 anni con una probabilità del 90%). 

• La seconda strategia, invece, permette di guadagnare il 30% in 10 anni con una probabilità del 100% ed è, per di più, una strategia tranquilla in quanto, con una probabilità del 20%, nel corso dei 10 anni il capitale investito arriverà a diminuire non più di un 3%.

Molti operatori – non tutti – se chiamati a scegliere una delle due strategie, sceglieranno la seconda. Il postulato della massimizzazione del profitto implicherebbe invece che, di fronte ad una scelta del genere, chiunque dovrebbe optare per la prima strategia in quanto il guadagno potenziale è nettamente superiore: 45% (50% al 90% di probabilità) contro 30% (30% al 100% di probabilità).

Quello di cui i postulati economici non tengono conto è che la tranquillità implicita nel non dover mai vedere il proprio investimento in pesante perdita (minimizzazione dello stress) compensa ampiamente la mancata massimizzazione del profitto. L’operatore che sceglie la seconda strategia, quindi, non si comporta in modo razionale secondo i canoni classici dell’economia ma i suoi criteri decisionali sono purtuttavia logici e comprensibili. 

Kahneman ha iniettato nell’economia alcuni principi psicologici di base, in assenza dei quali l’economia diventa una materia asettica dove si studia il mercato come se fosse un’entità astratta, come se fosse un deus ex machina, un ente che ha una mente pensante in sé. Invece l’economia è una materia che ha essenzialmente a che fare con i processi decisionali dell’uomo. 

Se tutta l’economia fosse così facilmente prevedibile poi, perché nella massima espressione del sistema economico capitalista, che è la Borsa, i prezzi, le quotazioni delle azioni sono assolutamente imprevedibili e non razionali? Se ci fosse la razionalità che l’economia preconizza la Borsa non esisterebbe. 

Capiamoci, grandi teorie quali la summenzionata legge generale dell’equilibrio economico sono utilissime e belle, e quindi da imparare e studiare.

Non dimentichiamoci però (come spiega Kahneman appunto) che l’accurata descrizione a posteriori di fenomeni quali il mercato non è indice di correttezza di previsioni future. Nessuna delle grandi crisi degli ultimi 200 anni è stata prevista sufficientemente in anticipo da essere evitata.

E questo perché qualsiasi modello teorico-matematico può generare soltanto quegli scenari che i suoi presupposti rendono possibili.

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