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PAC Cost
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Il Cost Averaging (CA) è una strategia di investimento molto utilizzata dagli investitori da oltre 70 anni. Ancora oggi è al centro dell'attenzione degli studiosi di finanza e del mondo accademico, che su di esso continuano ad esprimere giudizi molto contrastanti.
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Dedalo Invest si rivolge a consulenti finanziari e ad investitori interessati ad approfondire le proprie conoscenze di finanza personale

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Cos'è il benchmark?

Cos'è il benchmark?


09Gen2021

Information
Andrea Blog 981 hits
Prima pubblicazione: 09 Gennaio 2021

«The benchmark of quality I go for is pretty high».

Jimmy Page

Il benchmark è un indice di riferimento i cui rendimenti vengono comparati a quelli di uno strumento finanziario.

I fondi a gestione attiva, che prevedono la presenza di un gestore, sono gli strumenti finanziari più spesso confrontati con un benchmark: il loro obiettivo, infatti, è proprio quello di battere il rendimento del benchmark.

Il gestore dovrebbe utilizzare – sovrappesandoli o sottopesandoli – soltanto gli strumenti finanziari appartenenti al benchmark, o molto simili a questi.

Perché nasce l'esigenza del benchmark? I motivi principali sono due.

  • Per valutare la bontà della gestione di un fondo. A questo scopo, non sarebbe sufficiente sapere che il fondo ha ottenuto un rendimento, ad esempio, del 25%: il 25% è un valore elevato in termini assoluti, ma potrebbe non esserlo in termini relativi. Nonostante quel rendimento, il gestore avrebbe fatto un pessimo lavoro se il benchmark di riferimento avesse ottenuto un rendimento superiore.
  • Per limitare la discrezionalità del gestore. In un fondo bilanciato il cui ipotetico benchmark prevede il 50% massimo di azionario, il gestore dovrà rispettare questo limite. Di solito, la libertà del gestore viene circoscritta verso l'alto, ovvero entro certi livelli di rischiosità che non devono essere superati.

Quanto è difficile battere il benchmark? Molto, vediamo perché.

Se, in un determinato periodo di tempo, il rendimento di un fondo è superiore a quello del suo benchmark, il gestore del fondo ha generato una sovraperformance (e viceversa).

Quando questo avviene per più di un periodo consecutivamente, il fondo – e, in via indiretta, il gestore – acquisisce notorietà: anche se non può essere escluso, è improbabile che un ottimo risultato, replicato per tanti anni di fila, sia il semplice frutto del caso.

La notorietà acquisita comporterà un ulteriore afflusso di capitale, che determinerà la crescita dimensionale del fondo.

Battere il benchmark di riferimento è un'impresa molto difficile per un gestore ma non, come erroneamente si tende a credere, per una sua ipotetica incapacità: il principale motivo è da imputarsi alle alte commissioni di gestione applicate dalla maggior parte dei fondi a gestione attiva.

Il benchmark, e in generale qualsiasi indice, non è gravato da alcun costo: questa è la prima e più importante difficoltà che il gestore del fondo deve fronteggiare. È un po' come se una squadra di calcio si giocasse il campionato partendo ogni anno con diversi punti di penalizzazione: il primo o i primi 2-3 anni una buona squadra riesce a recuperare lo svantaggio, ma ripetere l'impresa nel lungo termine è un compito davvero arduo. Serve una squadra dal talento eccezionale per ottenere un risultato del genere.

Nonostante tutte le difficoltà del caso, esistono alcuni fondi a gestione attiva che riescono a battere il proprio benchmark, così come esistono alcuni gestori di fondi che hanno raggiunto una notorietà mondiale. Si tratta però di una minoranza: nel lungo termine, soltanto una piccola percentuale ci riesce.

Tra l'altro, quando si fanno calcoli di questo genere, ci si limita a calcolare la percentuale di fondi che hanno battuto il loro benchmark sul totale di quelli esistenti oggi: così facendo, si cade nella trappola del Survivorship Bias.

Il Survivorship Bias consiste nel non prendere in considerazione tutti i fondi che esistevano X anni fa, ma che oggi non ci sono più: fondi che si sono fusi con altri o che sono stati liquidati. Generalmente, sono fondi che hanno ottenuto prestazioni mediocri e che, se inclusi nel calcolo precedente, abbasserebbero ulteriormente la già scarsa percentuale dei fondi di successo.

Gli ETF e, più in generale, tutti i fondi a gestione passiva non possono mai far meglio del loro benchmark. La cosa non deve sorprendere, dal momento che il loro obiettivo è replicare il più fedelmente possibile il benchmark. Nella migliore delle ipotesi, dovrebbero ottenere lo stesso rendimento degli indici che replicano.

Tuttavia, anche i fondi a gestione passiva hanno delle commissioni di gestione che, pur essendo molto inferiori a quelle applicate ai fondi attivi, ne penalizzano il rendimento quanto basta a far sì che, sia nel breve che nel lungo termine, esso si collochi al di sotto di quello ottenuto dal benchmark.

Nessuna possibilità di battere il benchmark, quindi: sembra una nota estremamente negativa, ma l'altra faccia della medaglia è che essi non potranno fare molto peggio. Salvo piccole approssimazioni, il rendimento di un fondo a gestione passiva sarà sempre uguale al rendimento del benchmark meno le commissioni.

Tra i fondi a gestione attiva, invece, non solo pochi batteranno il loro benchmark: ce ne saranno probabilmente diversi che faranno parecchio peggio. Il rischio di investire proprio in uno di questi è definito rischio gestore.

Per finire, vale la pena ricordare che, in finanza e negli investimenti in particolare, esiste un'altra variabile di fondamentale importanza, troppo spesso trascurata: la volatilità, ovvero la deviazione standard dei rendimenti.

Volendo spezzare una lancia a favore dei fondi a gestione attiva, essi vengano quasi sempre giudicati solo ed esclusivamente in merito ai rendimenti e quasi mai alla volatilità, che è sovente inferiore a quella degli ETF di pari categoria.

La volatilità meriterebbe forse una maggior attenzione da parte di tutti (investitori, consulenti e analisti finanziari), invece di essere relegata a un ruolo marginale o circoscritta ad articoli specialistici o accademici.

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