fbpx
I segreti dei PAC svelati dai backtest – Parte 7: Value Averaging: limiti, vantaggi e tipologie

Value Averaging: critiche, vantaggi, tipologie


12Set2021

Information
Andrea PAC 225 hits
Prima pubblicazione: 12 Settembre 2021

«We are just an advanced breed of monkeys on a minor planet of a very average star. But we can understand the Universe. That makes us something very special».

Stephen Hawking

Nei primi sei articoli della collezione "I segreti dei PAC svelati dai backtest" abbiamo parlato dei PAC a rate costanti (Cost Averaging).

Introduciamo adesso un'altra tipologia di PAC, meno conosciuta: il PAC Value Averaging.

Il Value Averaging (VA) è una strategia di investimento sviluppatasi verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso: se è vero che esistono molti siti finanziari dove se ne parla sommariamente, non ci sono però molte pubblicazioni che lo analizzino in profondità, neppure in lingua inglese: molte implicazioni di questa strategia di investimento sono quasi sconosciute.

Mentre in un PAC Cost Averaging le rate sono costanti, in uno Value Averaging i versamenti sono variabili e hanno l’obiettivo di riallineare il valore dello strumento finanziario a quello di un target che cresce nel tempo.

Immaginiamo di costruire due piani di accumulo mensili, uno a rate costanti e uno Value Averaging, su uno stesso fondo azionario. Il giorno del primo versamento, il prezzo di una quota del fondo è pari a 10 euro. Acquisteremo perciò 10 quote per ciascun PAC.

Ipotizziamo che il mese successivo, nel giorno del secondo versamento, il prezzo della quota del fondo sia salito a 12 euro:

  • Nel PAC Cost Averaging lo scopo è quello di accumulare mensilmente un numero di quote pari a un controvalore di 100 euro: acquisteremo perciò 100/12 = 8,3333 quote del fondo. Dopo il secondo versamento avremo in portafoglio 18,3333 quote, il cui controvalore sarà di 18,3333 x 12 = 220 euro.
  • Nel PAC Value Averaging lo scopo è invece quello di incrementare di 100 euro il valore corrente dell'investimento, portandolo quindi a 200 euro. Dato che abbiamo già in portafoglio 10 quote – che adesso valgono 10 x 12 = 120 euro – il versamento richiesto sarà questa volta di soli 80 euro e ci permetterà di acquistare 80/12 = 6,6667 quote. Dopo il secondo versamento avremo in portafoglio 16,6667 quote, il cui valore sarà pari a 16,6667 x 12 = 200 euro. Se, invece, il prezzo della quota fosse sceso a 8 euro, il secondo versamento sarebbe stato pari a 120 euro, dato che le 10 quote già in portafoglio avrebbero avuto un valore di 80 euro.

Ovviamente, se non fosse stato possibile frazionare le quote, avremmo dovuto approssimarne il numero all'intero superiore o inferiore: la somma effettivamente versata sarebbe stata leggermente più alta o più bassa di quella richiesta.

Dobbiamo il Value Averaging al lavoro compiuto da Michael E. Edleson, che nel 1993 ha pubblicato la prima edizione di “Value Averaging – The Safe and Easy Strategy for Higher Investment Returns”, il libro che ha introdotto questa strategia di investimento al grande pubblico.

Come lo stesso Edleson fa notare, col Value Averaging ci si avvicina quanto più possibile alla realizzazione del sogno di ogni investitore: comprare a prezzi bassi e vendere a prezzi alti.

Per la prima volta, però, non si prova a raggiungere questo obiettivo con tecniche di previsione o di stima dei prezzi futuri, ma con un metodo di calcolo della quantità di strumenti finanziari da acquistare o da vendere che si plasma all’andamento dei prezzi: l’investitore sa esattamente cosa fare sia quando i prezzi salgono che quando scendono.

CRITICHE AL VALUE AVERAGING

Vediamo quali sono le critiche, gli ipotetici svantaggi e le principali difficoltà della sua applicazione:

1) MANCANZA DI PIATTAFORME DI INVESTIMENTO AUTOMATIZZATO

Le piattaforme d’investimento, al giorno d’oggi quasi tutte attrezzate per l’esecuzione automatica di PAC a rate costanti (Cost Averaging), non prevedono una simile agevolazione per il Value Averaging. Chi vuole utilizzarlo dovrà fare i calcoli ed eseguire le transazioni finanziarie in prima persona.

Non è una limitazione da poco: ogni mese o trimestre, l’investitore stesso dovrà verificare il prezzo di mercato delle quote, calcolarne il valore corrente, quantificare il valore del versamento (che potrebbe anche essere zero o negativo) ed eseguire l’operazione di acquisto o di vendita utilizzando la sua piattaforma di investimento.

I calcoli sono semplici: un foglio Excel è più che sufficiente a determinare e tracciare tutto ciò che serve; non è questo il vero problema. La difficoltà consiste nella disciplina richiesta per fare questa serie di operazioni con rigorosità e puntualità: due qualità che non tutti hanno.

2) IMPORTO DEI VERSAMENTI

Nei piani di accumulo Value Averaging, soprattutto se di lunga durata, può essere richiesto il versamento di somme anche decine di volte superiori alla rata iniziale. La liquidità dovrà essere disponibile al momento opportuno, che non è possibile conoscere a priori.

L’inconveniente può essere mitigato dalla vendita – che genera liquidità – o dal mancato acquisto di quote: le somme incassate o non versate potranno essere accantonate per far fronte a maxi-rate future.

Per evitare l’esborso di grosse somme di denaro è comunque possibile stabilire un massimale all’importo dei versamenti.

3) IMPORTO MEDIO DELLE RATE (GIACENZA MEDIA E LIQUIDITÀ RESIDUA)

In un PAC Value Averaging, l’ammontare complessivamente investito è generalmente inferiore a quello di un PAC a rate costanti di simili caratteristiche. In altri termini, la giacenza media è inferiore.

In un piano di accumulo Value Averaging, infatti, capita spesso di ritrovarsi con somme liquide, momentaneamente non investite, generate dalle vendite o dell’accantonamento di quote non versate. Nel Cost Averaging, questo fenomeno non avviene mai, dato che ogni mese l’intera somma a disposizione viene investita.

La liquidità non investita produce anche una distorsione nel calcolo del rendimento dei PAC: se ci si limita a valutare il rendimento percentuale delle somme investite, senza prendere in considerazione la somma totale generata e l’eventuale liquidità residua, quasi sempre si giunge all’errata conclusione che un PAC Value Averaging sia migliore di quello a rate costanti.

Un modo per arginare questo problema è quello di incrementare il target in modo crescente, così da diminuire o annullare la liquidità inutilizzata.

4) VOLATILITÀ DEL SOTTOSTANTE

Come sottolineato dallo stesso Edleson, il Value Averaging performa meglio con sottostanti molto volatili. È anche vero, però, che un’eccessiva variabilità può essere pericolosa, dato che aumenta soprattutto durante le crisi finanziarie, quando i prezzi scendono bruscamente.

Si deve fare attenzione a non sviluppare il Value Averaging (ma anche il Cost Averaging) su:

  • Prodotti finanziari che replicano mercati troppo volatili: potrebbero avere difficoltà a riprendersi dopo una grave crisi finanziaria.
  • Azioni di singole società: si rischia di accumulare valore su una società che potrebbe fallire, causando la perdita dell’intero capitale investito.

5) DISTORSIONI NELLA MODALITÀ DI CALCOLO DEL RENDIMENTO ANNUALIZZATO

In un articolo del 2010, Simon Hayley ha avanzato una solida critica alla modalità di misurazione della performance del Value Averaging e, in particolar modo, al tasso interno di rendimento (IRR ovvero Internal rate of return, quello che spesso in finanza viene denominato rendimento annualizzato).

Essenzialmente, Hayley sostiene come il Value Averaging sia una strategia di investimento inefficiente e, nello specifico, che il rendimento annualizzato di un piano di accumulo Value Averaging sia quasi sempre superiore a quello di un simile piano Cost Averaging in quanto il procedimento di calcolo è distorto: non considera le quantità di denaro che devono essere messe da parte, fin dall’inizio di un PAC, per far fronte ai maxi-versamenti che saranno richiesti in concomitanza di grosse crisi finanziarie. 

Se queste somme venissero conteggiate, il valore del rendimento annualizzato sarebbe più basso e meno attraente per l’investitore.

Analizzeremo le molte implicazioni di questa insidiosa critica. In particolar modo, proveremo a trasformarla in un punto di forza del Value Averaging, che da strategia di investimento limitata a un Piano di Accumulo del Capitale si amplierà fino a diventare una possibile variante dell’investimento in un’unica soluzione.

tipologie di VALUE AVERAGING

Esistono due tipologie di Value Averaging.

Quando l’importo della rata è negativo, ovvero il valore delle quote presenti in portafoglio è superiore al target del versamento successivo:

  • La versione pura prevede la vendita di quote.
  • Il No-Sell Value Averaging implica di non comprare e non vendere niente.

Perché esistono due tipologie di Value Averaging? 

Essenzialmente per questi motivi:

  • Evitare il pagamento di imposte sul capital gain: le vendite avvengono quando i prezzi sono alti, generando perciò capital gain imponibile fiscalmente.
  • Evitare il pagamento di commissioni di negoziazione.
  • Semplificarne la gestione.
  • Migliorarne la performance.

Ciascuna di queste due versioni del Value Averaging prevede inoltre la possibilità di incrementare il target in modo crescente. 

L’incremento, soprattutto nei piani di accumulo di lungo termine, ha come scopo principale quello di aumentare la giacenza media e migliorarne la performance.

vantaggi del VALUE AVERAGING

Veniamo quindi ai vantaggi del Value Averaging: secondo Edleson, il grande vantaggio di un Value Averaging è che il suo rendimento complessivo è generalmente più alto di quello di un Cost Averaging (e il prezzo medio di acquisto di ogni quota è minore).

Questa affermazione non è vera in senso assoluto: dipende dall’andamento della serie storica sottostante. Ciò che abbiamo riscontrato, invece, è come la deviazione standard dei rendimenti del Value Averaging sia quasi sempre minore di quella del Cost Averaging (ceteris paribus). Il rischio, quindi, è inferiore.

Un altro importante beneficio del Value Averaging è psicologico: gli investitori temono le crisi finanziarie e sono sempre alla ricerca di stratagemmi per evitarle.

La risposta più spesso utilizzata è il market timing: provare a prevedere i movimenti futuri dei mercati, acquistando e vendendo di conseguenza.

Purtroppo, un market timing di successo è difficilissimo nel lungo termine: quasi sempre, chi decide di intraprendere questa strada finisce per fare peggio di un semplice Buy and Hold.

Il Value Averaging è una strategia molto diversa dal market timing, dato che gli acquisti e le vendite:

  • Non sono l’espressione di previsioni dell'andamento del mercato.
  • Vengono effettuati a posteriori, in risposta agli effettivi andamenti dei prezzi del sottostante.

Comprare quando i prezzi sono bassi e vendere (o non acquistare) quando i prezzi sono alti offre una certa tranquillità e limita lo stress generato da un’ipotetica crisi finanziaria.

Sono vantaggi sufficienti a preferire un Value Averaging in ogni circostanza? 

Per rispondere correttamente alla domanda dovranno considerarsi alcuni fattori, per lo più soggettivi:

  • Esperienza finanziaria dell’investitore e capacità di gestire un PAC Value Averaging in prima persona.
    Un investitore inesperto o che si appresta a investire per la prima volta è meglio che opti per il Cost Averaging: è automatizzabile e non richiede un’attenzione continua. Anche chi non ha molta familiarità con Excel o software simili è meglio che non si complichi la vita con il Value Averaging.
    Come già accennato, il Value Averaging non implica calcoli complicati; possono essere tracciati anche con un semplice quaderno e l’aiuto della sola calcolatrice: è indiscutibile, però, che il vantaggio offerto da un foglio elettronico sia considerevole.
  • Livello di comprensione del Value Averaging.
    Se non si è ben capito il funzionamento del Value Averaging e le differenze che lo distinguono dal Cost Averaging, è meglio limitarsi a quest’ultimo.
    In finanza, una delle regole più importanti è quella di capire gli strumenti finanziari che si utilizzano: in questo caso, è bene che si capisca anche la strategia di investimento utilizzata, onde evitare spiacevoli sorprese (maxi-versamenti inaspettati, lunghi periodi di inattività, necessità di extra-liquidità ecc.).
  • Propensione al rischio dell’investitore.
    Il Value Averaging funziona meglio su prodotti finanziari volatili, che possono quindi subire ingenti diminuzioni di valore al verificarsi di crisi finanziarie.
    Il PAC è una modalità di investimento che riduce ma non elimina il rischio di subire perdite: neppure il Value Averaging può fare miracoli in questo senso. Un investitore con una propensione al rischio molto bassa potrebbe non voler mai vedere il segno negativo nel valore del suo portafoglio, neanche momentaneamente: per questo tipo di soggetti il Value Averaging non è la metodologia di investimento più adatta.
    Su prodotti meno volatili, come i fondi obbligazionari, le differenze con un Cost Averaging sono minime e non ha senso complicarsi la vita se il mercato sottostante oscilla poco.
  • Orizzonte temporale d’investimento.
    Nei piani di accumulo brevi, le differenze di performance tra PAC Cost Averaging e Value Averaging sono mediamente piccole. Per sfruttare al massimo i benefici di quest'ultimo, è consigliabile avere un orizzonte temporale d'investimento di lungo termine.
    Chi è particolarmente prudente o volenteroso, tuttavia, non sbaglia a scegliere il Value Averaging dato che, spesso, nei casi più sfortunati riesce a ottenere perdite inferiori al Cost Averaging.
  • Disciplina
    Gestire un PAC Value Averaging richiede una costante disciplina: è bene saperlo in anticipo per evitare di finire con l’interromperlo o trasformarlo in un Cost Averaging dopo pochi versamenti. 
    Nei primi anni di vita, inoltre, è probabile che non si vedano grosse differenze con un Cost Averaging e il rischio di credere che si stia facendo un lavoro inutile è alto.
    Per questo motivo, se non si è sicuri di avere il tempo e la voglia per occuparsene, è meglio optare fin dall’inizio per il Cost Averaging.

Il supporto di un consulente finanziario permette di superare alcuni di questi limiti, ma non è garanzia di successo: non è detto che un consulente sia disposto a fornire con puntualità le informazioni richieste.

La propensione al rischio e l’orizzonte temporale d’investimento sono variabili puramente soggettive e il consulente non ha modo e nemmeno dovrebbe provare a influenzarle: per certi investitori, il Value Averaging potrebbe non essere la soluzione giusta.


La collezione di articoli "I segreti dei PAC svelati dai backtest" contiene anche:

BASIC

Gratuito

0 00
  • Ebook: inclusi
  • Analisi e backtest: con limitazioni
  • Portafogli Modello: nessuno
  • Portafogli Personali: 1
  • Serie storiche: sì
  • CAPTCHA: presente
  • -
-70%

PRO MENSILE

€ 49,90 Mese

14 99 Mese
  • IVA inclusa
  • Ebook: inclusi
  • Analisi e backtest: senza limitazioni
  • Portafogli Modello: 52
  • Portafogli Personali: illimitati
  • Serie storiche: sì
  • CAPTCHA: assente
-70%

PRO ANNUALE

€ 490,00 Anno

149 90 Anno
  • IVA inclusa
  • Ebook: inclusi
  • Analisi e backtest: senza limitazioni
  • Portafogli Modello: 52
  • Portafogli Personali: illimitati
  • Serie storiche: sì
  • CAPTCHA: assente

Disclaimer

Tutti i tipi di investimento sono rischiosi. Il livello di rischio può essere più o meno alto e i rendimenti possono variare al rialzo o al ribasso. Ogni investimento è soggetto al rischio di perdita.
I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.