L'economia classica e la teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo
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- Storia del pensiero economico
- Prima pubblicazione: 15 Ottobre 2023
«There is no way of keeping profits up but by keeping wages down».
David Ricardo
L'analisi del valore, ovvero lo studio dei criteri che spiegano la formazione dei prezzi relativi delle merci in un contesto di mercato concorrenziale, svolge un ruolo fondamentale nell'ambito dell'economia classica.
La riflessione sul valore costituisce uno dei nuclei teorici attorno a cui si struttura l’intero edificio della teoria economica classica, e assume una portata che va ben oltre l’ambito strettamente teorico.
Capire cosa conferisce valore alle cose rappresenta un passaggio preliminare essenziale nello studio della distribuzione del reddito, poiché i meccanismi di ripartizione tra salari, profitti e rendite dipendono direttamente dal modo in cui il valore viene definito e misurato.
La dinamica distributiva, a sua volta, influenza in modo diretto l’evoluzione economica e sociale di una comunità.
Se non sappiamo cosa determina il valore del grano o del ferro, diventa impossibile ricostruire in modo coerente quanto di quel valore debba andare all'operaio, quanto al capitalista e quanto al proprietario terriero, né è possibile comprendere le forze che regolano i conflitti distributivi tra le diverse classi sociali.
Indice
- Il paradosso dell'acqua e dei diamanti
- Adam Smith e il lavoro come misura del valore
- Il vicolo cieco della teoria smithiana: lavoro contenuto e lavoro comandato
- David Ricardo e il tentativo di riformulare la teoria del valore
- Il problema irrisolto della teoria del valore-lavoro: tempo, capitale e macchine
1. Il paradosso dell'acqua e dei diamanti
Nella sua celebre opera, La ricchezza delle nazioni, Smith introduce la distinzione tra il valore d'uso e il valore di scambio di un bene, intendendo con il primo la capacità di soddisfare bisogni e con il secondo la quantità di altri beni che può essere ottenuta in cambio sul mercato.
Siamo in presenza di un cambiamento nel modo in cui gli economisti affrontano il problema del valore.
Da qui prende avvio uno sforzo volto a sviluppare una teoria del valore fondata su criteri oggettivi e indipendenti dalle preferenze individuali, allontanandosi da una concezione del valore che riconduceva i prezzi all’utilità dei beni, intesa in senso oggettivo e non come valutazione individuale.
Il concetto di valore d'uso si riferisce all’utilità sociale di un bene, cioè alla sua capacità di contribuire alla soddisfazione di bisogni umani, indipendentemente dalle condizioni di mercato.
Spesso, le cose che hanno un elevato valore d'uso presentano un valore di scambio ridotto, mentre beni dotati di scarsa utilità pratica possono essere scambiati contro grandi quantità di altre merci.
Smith illustra questa apparente incongruenza attraverso un esempio divenuto uno dei passaggi più noti della storia del pensiero economico, il cosiddetto paradosso dell'acqua e dei diamanti.
L'acqua è un bene essenziale alla sopravvivenza umana e possiede un valore d'uso elevatissimo: senza di essa la vita stessa diventa impossibile nel giro di pochi giorni; eppure, in condizioni normali, essa presenta un valore di scambio molto basso, poiché può essere ottenuta con un sacrificio economico minimo.
Il diamante, al contrario, svolge una funzione marginale dal punto di vista dei bisogni fondamentali, e non contribuisce direttamente alla riproduzione materiale della vita, ma può essere scambiato con una quantità molto elevata di altri beni.
La domanda che nasce da questo confronto riguarda la natura stessa del valore economico: perché beni indispensabili risultano poco valorizzati sul mercato, mentre beni superflui assumono prezzi elevati?
Per i classici, la risposta chiama in causa le condizioni oggettive di produzione delle merci: il valore di scambio riflette il grado di difficoltà, rarità e impegno produttivo necessario per ottenere un bene, piuttosto che l’intensità del desiderio soggettivo che esso suscita.
Il problema del valore viene così ricondotto alla sfera della produzione, aprendo la strada alle successive formulazioni della teoria del valore-lavoro.
2. Adam Smith e il lavoro come misura del valore

Il valore di scambio di un bene è generalmente rappresentato dalla quantità di denaro che può essere ottenuta in cambio di quel bene.
Nell’analisi di Smith, però, la moneta non può svolgere in modo soddisfacente la funzione di unità di misura del valore, poiché è soggetta a variazioni nel tempo e nello spazio.
L'oro, ad esempio, può diventare più abbondante o più scarso a seguito della scoperta di nuove miniere, con effetti diretti sul suo potere d’acquisto e quindi sulla capacità della moneta di fornire una misura stabile dei valori: una grandezza che varia non consente confronti affidabili tra valori appartenenti a epoche o contesti diversi.
Di fronte a questo problema, Smith propone il lavoro come unità di misura alternativa, ritenendo che esso rappresenti l’unica grandezza realmente comparabile nel tempo.
Alla base di questa scelta vi è l’idea che il sacrificio richiesto dal lavoro presenti una dimensione relativamente costante dal punto di vista umano: Smith sostiene che “in ogni tempo e luogo, uguali quantità di lavoro si può dire abbiano uguale valore per il lavoratore”.
Il riferimento non riguarda il salario monetario, ma l’esperienza soggettiva dello sforzo lavorativo, intesa come dispendio di energie fisiche e mentali.
L’argomento che sostiene questa impostazione combina elementi psicologici e fisiologici: il lavoratore, nelle condizioni normali di salute, forza e spirito, rinuncia sempre a una quota comparabile di riposo, libertà e benessere personale quando impiega una determinata quantità di lavoro.
A parità di abilità e competenza, il costo umano del lavoro rimane sostanzialmente invariato, indipendentemente dalle oscillazioni monetarie: di conseguenza, il valore reale di ogni cosa – per l’uomo che desidera procurarsela – coincide con la fatica e la pena necessarie per ottenerla.
Da qui deriva la conclusione secondo cui, per Smith, il lavoro costituisce la misura fondamentale attraverso cui il valore dei beni può essere stimato e confrontato in ogni tempo e luogo.
Il lavoro rappresenta il loro costo reale, mentre la moneta svolge un ruolo puramente strumentale, esprimendo un valore nominale che può variare senza che cambi il sacrificio umano sottostante.
La teoria del valore-lavoro prende così forma come tentativo di ancorare l’analisi economica a una grandezza stabile, legata all’esperienza concreta della produzione.
3. Il vicolo cieco della teoria smithiana: lavoro contenuto e lavoro comandato
A questo punto l’analisi diventa più complessa, poiché Smith si trova di fronte a una tensione teorica interna alla propria impostazione.
In base a quanto premesso, sembrerebbe ragionevole dedurre che il valore di una merce dipenda dal lavoro che vi è contenuto, vale a dire dalla quantità di lavoro necessaria per produrla.
Per Smith, questa relazione mantiene una validità limitata, poiché opera soltanto in quello che egli definisce lo “stato rozzo e primitivo della società”, una configurazione sociale nella quale l’intero prodotto del lavoro spetta al lavoratore.
Smith chiarisce questo punto attraverso il celebre esempio del castoro e del cervo: in una società di cacciatori, se per uccidere un castoro occorre il doppio del tempo necessario per uccidere un cervo, il rapporto di scambio naturale tra i due beni risulterà pari a due cervi per un castoro.
In questo contesto, il valore di scambio riflette direttamente la quantità di lavoro impiegata nella produzione, e il lavoro contenuto fornisce una spiegazione coerente dei prezzi relativi.
Il quadro cambia radicalmente quando l’analisi si sposta verso una società capitalistica sviluppata: qui, il prodotto del lavoro viene ripartito tra soggetti diversi, poiché il lavoratore condivide il risultato della produzione con il proprietario del capitale e con il proprietario della terra.
Salari, profitti e rendite entrano a far parte del prezzo delle merci, modificando il legame diretto tra lavoro impiegato e valore di scambio.
In una società capitalistica sviluppata, la quantità di lavoro contenuta in un bene e la quantità di lavoro che quel bene consente di acquistare sul mercato divergono sistematicamente.
Una parte del valore di scambio copre i profitti del capitale che ha anticipato i salari e fornito i mezzi di produzione, mentre un’ulteriore quota remunera la rendita per l’uso della terra.
Il lavoro contenuto smette quindi di coincidere con il lavoro comandato, ossia con la quantità di lavoro che il ricavato della vendita consente di ottenere.
Da qui prende forma una difficoltà di natura logica: se il valore di un bene viene misurato dalla quantità di lavoro che esso può comandare sul mercato, il lavoro comandato risulta necessariamente superiore al lavoro contenuto, proprio perché include anche le componenti di profitto e rendita.
La misura del valore finisce così per incorporare grandezze che non derivano direttamente dal lavoro impiegato nella produzione.
Vediamo un esempio numerico. Immaginiamo che un operaio lavori 10 ore per produrre una sedia. Nello “stato rozzo”, la sedia si scambia con un altro bene che richiede 10 ore di lavoro: lavoro contenuto e lavoro comandato coincidono.
In un’economia capitalistica, invece, il prezzo della sedia deve includere una remunerazione per il capitale: se il salario per 10 ore è pari a 10 euro, la sedia verrà venduta a un prezzo superiore, ad esempio 12 euro.
Con un salario orario pari a 1 euro, il ricavato della vendita consente di acquistare 12 ore di lavoro: la sedia incorpora 10 ore di lavoro, ma ne comanda 12, e la relazione diretta tra lavoro contenuto e valore di scambio viene meno.
Di fronte a questa difficoltà, Smith giunge a una riformulazione della propria teoria: il valore di un bene viene ricondotto alla quantità di lavoro che ciascuna componente del prezzo consente di acquistare, poiché salari, profitti e rendite trovano tutti la loro origine nel lavoro.
Il prezzo di una merce risulta quindi dalla somma dei redditi che essa genera, dando luogo a una concezione del valore come somma di salari, profitti e rendite.
La conclusione rimane problematica sul piano teorico: l’analisi smithiana oscilla tra una spiegazione del valore fondata sul lavoro e una spiegazione fondata sulla distribuzione del reddito, senza riuscire a fornire un criterio unitario che riconduca i prezzi a una misura unica e coerente.
Questa ambiguità ha alimentato un ampio dibattito nei decenni successivi e ha rappresentato uno dei principali punti di partenza per le rielaborazioni critiche di Ricardo.
4. David Ricardo e il tentativo di riformulare la teoria del valore
Ricardo riprende il problema lasciato aperto da Smith e tenta di ricostruire la teoria del valore su basi più rigorose, affrontando direttamente le ambiguità emerse nell’analisi smithiana.
In particolare, egli rifiuta l’idea che il valore di una merce possa essere spiegato come semplice somma di salari e profitti, poiché una simile impostazione confonde la determinazione del valore con la sua distribuzione.
Se i prezzi fossero dati dalla somma dei redditi, un aumento dei salari dovrebbe tradursi automaticamente in un aumento dei prezzi; per Ricardo, invece, a salari più elevati corrispondono profitti più bassi, a parità di valore della merce, senza che il prezzo di scambio debba necessariamente variare.
Anche per Ricardo l’utilità costituisce una condizione preliminare del valore, nel senso che un bene privo di utilità non può possedere valore di scambio. L’utilità, tuttavia, non fornisce una misura del valore, né consente di spiegare i rapporti di scambio tra merci.
Su questa base, Ricardo introduce una distinzione che assume un ruolo fondamentale nella sua analisi, quella tra beni riproducibili e beni non riproducibili.
I beni non riproducibili, come statue, opere d’arte rare o vini di particolare pregio, traggono il loro valore di scambio esclusivamente dalla scarsità e dalla disponibilità a pagare di chi li domanda.
Ricardo concorda con Smith nel ritenere che questi beni non perdano completamente il loro valore d’uso, ma sottolinea che essi rappresentano un caso eccezionale, che non può fungere da base per una teoria generale del valore.
Il caso generale è invece costituito dai beni riproducibili, ossia dalle merci che possono essere prodotte in quantità maggiori attraverso l’impiego di lavoro e capitale.
Per questa ampia classe di beni, Ricardo sostiene che il valore di scambio è proporzionale alla quantità di lavoro incorporata nella produzione, tenendo conto non solo del lavoro diretto, ma anche del lavoro necessario per produrre i mezzi di produzione impiegati.
Ricardo introduce quindi la distinzione tra prezzi naturali e prezzi di mercato, che svolge una funzione essenziale nell’analisi del funzionamento del sistema economico.
I prezzi naturali sono quelli che si affermerebbero nel lungo periodo se il salario unitario del lavoro e il tasso di profitto del capitale fossero uniformi nei diversi settori produttivi: essi rappresentano un punto di riferimento teorico, che può essere descritto come il centro di gravità dei prezzi.
I prezzi di mercato, al contrario, sono i prezzi effettivamente praticati nelle transazioni, influenzati da variazioni temporanee della domanda e dell’offerta.
Nella realtà, prezzi di mercato e prezzi naturali raramente coincidono, poiché alcune attività risultano temporaneamente più redditizie di altre e salari e profitti presentano differenze settoriali.
Si tratta di una configurazione che non rimane stabile: le differenze nei rendimenti attivano spostamenti di capitali e di lavoro che tendono a ricondurre i prezzi di mercato verso i prezzi naturali.
Questo processo di aggiustamento viene descritto come un meccanismo di gravitazione, in base al quale i prezzi di mercato oscillano attorno ai prezzi naturali senza potersene allontanare in modo permanente.
Anche il salario possiede un proprio prezzo naturale: ispirandosi alla teoria della popolazione di Malthus, Ricardo identifica il salario naturale con il salario di sussistenza.
Ricardo è infatti un sostenitore della nota "Legge bronzea dei salari". Questa legge sanciva come i salari fossero “il prezzo necessario per mettere i lavoratori, nel loro complesso, in condizioni di sussistere e perpetuare la loro specie senza aumenti né diminuzioni”.
In base ad essa, “coloro che vivevano del loro lavoro dovevano rimanere poveri e nulla e nessuno li avrebbe riscattati dalla loro povertà: né uno Stato o un datore di lavoro compassionevole, né i sindacati o qualsiasi tipo d’azione che intraprendessero”.
Ecco quindi come, secondo Ricardo, il prezzo naturale del lavoro risulta determinato da forze demografiche e sociali, mentre i salari effettivi possono temporaneamente discostarsene, per poi tornarvi nel lungo periodo.
La legge bronzea fornisce così il fondamento teorico della dinamica salariale all’interno del sistema ricardiano.
Rimane tuttavia una difficoltà di fondo, che accomuna la teoria del valore di Smith e quella di Ricardo: da un lato, il valore delle merci viene ricondotto al lavoro; dall’altro, il prezzo naturale include profitti che non sono misurati direttamente in termini di lavoro.
Il rapporto tra lavoro incorporato, distribuzione del reddito e formazione dei prezzi continua quindi a presentare elementi problematici, che verranno sviluppati nel capitolo successivo.
5. Il problema irrisolto della teoria del valore-lavoro: tempo, capitale e macchine
La teoria del valore-lavoro viene associata soprattutto a Ricardo, poiché egli tenta di applicare al capitalismo la spiegazione fondata sul lavoro incorporato, che Smith aveva circoscritto allo stato rozzo e primitivo della società.
Ricardo ritiene che il lavoro contenuto rimanga il fondamento del valore anche in un’economia capitalistica, e affronta due difficoltà: la diversa qualità del lavoro e la presenza del lavoro indiretto.
La prima difficoltà viene risolta rapidamente. I diversi tipi di lavoro possono essere ricondotti a una scala comune attraverso i salari di mercato, che riflettono le differenze di competenza e qualificazione.
Se un ingegnere riceve un salario triplo rispetto a un manovale, un’ora del suo lavoro equivale, in termini di valore, a tre ore di lavoro semplice. Il mercato fornisce, così, una conversione pratica tra lavori eterogenei.
Più problematica risulta la questione del lavoro indiretto. Ricardo osserva che la produzione richiede, oltre al lavoro immediato, l’impiego di materie prime e macchinari, i quali sono essi stessi il risultato di lavoro svolto in precedenza.
Poiché tali fattori vengono consumati o logorati nel processo produttivo, il valore di una merce dipende dalla somma del lavoro diretto e del lavoro indiretto necessario alla sua produzione.
Questa conclusione, pur coerente nella sua formulazione, comporta delle difficoltà teoriche notevoli.
Per chiarire il problema, è utile distinguere tre casi.
- Nel primo caso, beni prodotti esclusivamente con lavoro diretto, il valore delle merci risulta proporzionale alla quantità di lavoro impiegata. Qui, Smith e Ricardo giungono alle stesse conclusioni.
- Nel secondo caso, beni prodotti con lavoro diretto e macchinari di pari valore, il valore delle merci riflette la quantità complessiva di lavoro diretto e indiretto incorporata nella produzione. La teoria del valore-lavoro continua qui a fornire una spiegazione soddisfacente dei prezzi relativi.
- I problemi nascono nel terzo caso, quello dei beni prodotti con diversa intensità di capitale o con tempi di produzione differenti.
Approfondiamo quest'ultimo caso considerando due beni che richiedono la stessa quantità di lavoro diretto, ma differiscono per l’uso del capitale: uno viene prodotto manualmente, l’altro richiede una macchina costosa, che incorpora lavoro passato.
In alternativa, si può pensare al fattore tempo: il pane prodotto oggi e il vino che deve invecchiare per anni.
Supponendo un tasso di profitto del 10%, il capitalista che immobilizza il capitale per un periodo più lungo richiede una remunerazione maggiore per l’attesa: di conseguenza, il prezzo del bene prodotto con maggiore intensità di capitale o con tempi di produzione più lunghi risulta più elevato, anche a parità di lavoro diretto.
La differenza di prezzo riflette il tempo di anticipazione del capitale, non una maggiore quantità di lavoro.
Cerchiamo di chiarire meglio il problema con un esempio numerico:
- Il signor Rossi anticipa 100 euro di salari e vende il prodotto il giorno successivo. Per realizzare un profitto del 10%, egli venderà a 110 euro.
- Il signor Bianchi, invece, investe 100 euro in un macchinario utilizzato per un anno: per ottenere lo stesso rendimento sul capitale immobilizzato, egli dovrà vendere a un prezzo superiore. Il tempo diventa così un elemento determinante del prezzo, introducendo una tensione rispetto alla spiegazione fondata esclusivamente sul lavoro.
Ne consegue che, nella teoria ricardiana, il prezzo naturale include sia il lavoro sia i profitti.
Ricardo tenta di superare questa difficoltà sostenendo che anche i profitti derivano, in ultima analisi, dal lavoro svolto in passato, poiché macchinari e stabilimenti sono il risultato di lavoro precedente: il capitale fisso viene così interpretato come lavoro accumulato.
Come sottolinea Galbraith, “il profitto (che comprende ancora l’interesse) è il pagamento posticipato di questo lavoro passato”. Ma, prosegue Galbraith, se il profitto remunera lavoro già svolto nella formazione del capitale, allora “qualsiasi reddito intascato dal capitalista è una grossolana forma di furto. Il capitalista non vi ha nessun diritto: non fa che appropriarsi di quel che a rigore appartiene all’operaio”.
Galbraith è ancora una volta critico nei confronti di Ricardo: l'attribuzione da parte di Ricardo dei profitti e degli interessi al lavoro svolto in passato viene interpretata come un assist perfetto a favore delle critiche che verranno successivamente avanzate da Marx.
Proprio questa implicazione rende Ricardo, agli occhi di Galbraith, una figura al tempo stesso sconcertante e controversa: “sconcertante perché la natura e la profondità della sua influenza sulla scienza economica sono tutt’altro che chiare; controversa perché agli occhi di molti tale influsso ha reso un servizio meraviglioso alle persone sbagliate: specificamente a Marx e ai marxisti”.
Ricardo era consapevole dei limiti della propria costruzione teorica. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò alla ricerca di una misura invariabile del valore, un bene ideale che non variasse nel tempo e potesse fungere da metro universale.
Questa ricerca rimase senza esito. In assenza di una soluzione alternativa convincente, egli continuò a considerare la teoria del valore-lavoro come una base analitica solida, seppur imperfetta.
Il pensiero di Karl Marx verrà analizzato in seguito; è però utile anticipare che egli individua un tratto comune negli economisti classici nel tentativo di spiegare il valore attraverso il lavoro.
In questo quadro, egli distingue la teoria del lavoro comandato di Smith dalla teoria del lavoro incorporato di Ricardo:
- Nella prima, il valore dipende dalla quantità di lavoro che una merce consente di acquistare.
- Nella seconda, il valore dipende dalla quantità di lavoro necessaria per produrla.
Per alcuni decenni, la teoria ricardiana costituirà il riferimento dominante, ma le critiche non tarderanno ad arrivare.
Oltre a Marx, anche economisti come Malthus metteranno in discussione la teoria del valore-lavoro, evidenziandone le difficoltà logiche e i limiti nell’analisi dell’economia capitalistica.
La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:
1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone
2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone
3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica
4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno
5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti
6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica
7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo
8. L'economia classica: La teoria della distribuzione del reddito
9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say
10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi
11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero
12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico
13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier
14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero
15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale
16. Karl Marx: La teoria del valore
17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico
18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto
19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista
20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista
21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità
22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher
23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità
24. La Scuola Storica Tedesca di economia
25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale
26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano
27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico
28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta
29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises
32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione
33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità
34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia
35. Piero Sraffa
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