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Jean-Baptiste Say e la "Legge degli sbocchi"

Jean-Baptiste Say e la "Legge degli sbocchi"


10Giu2026

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico
Prima pubblicazione: 21 Gennaio 2024

«The entrepreneur shifts economic resources out of an area of lower and into an area of higher productivity and greater yield».

Jean-Baptiste Say

Uno degli elementi più importanti per stimolare l'accumulo di capitale, già nel pensiero classico, è costituito dagli "investimenti".

Gli investimenti, nella visione degli economisti classici, nascono dal risparmio: una parte del reddito prodotto oggi non viene consumata subito, ma viene messa da parte e resa disponibile per finanziare nuova produzione.

Questa rinuncia al consumo immediato – e quindi alla domanda corrente – è ciò che permette di ampliare la capacità produttiva futura.

Quando viene trasformato in capitale, il risparmio consente di acquistare strumenti, materie prime, lavoro e conoscenze tecniche, diventando così il collegamento tra il reddito prodotto oggi e la produzione di domani.

Per gli economisti classici, è principalmente la classe capitalista a generare il risparmio, dato che i lavoratori percepiscono un reddito che copre a malapena le necessità di sussistenza, mentre i proprietari terrieri tendono a destinare la maggior parte delle loro rendite a consumi improduttivi.

È una visione che riflette il mondo in cui nasce l'economia politica classica: una società attraversata da forti differenze sociali, nella quale la possibilità di accumulare capitale è concentrata in una parte ristretta della popolazione.

Il risparmio dei capitalisti diventa così il motore della crescita economica: senza risparmio non c'è accumulazione di capitale; senza accumulazione di capitale non può aumentare la "ricchezza delle nazioni".

La crescita, infatti, oltre che dalla quantità di lavoro impiegata, dipende anche dal modo in cui il lavoro viene combinato con capitale e risorse naturali.

L'accumulazione di capitale permette quindi all'economia di espandere progressivamente la produzione.

Per i classici, il risparmio era quindi necessario e, in larga misura, sufficiente per stimolare la crescita. L'investimento, nella loro impostazione, seguiva quasi naturalmente il risparmio.

È qui che si trova una delle differenze più profonde rispetto alla macroeconomia successiva: per larga parte del pensiero classico, il problema principale riguardava la capacità del sistema economico di produrre, accumulare e allocare le risorse disponibili.

La possibile carenza di domanda aggregata sarebbe diventata il problema principale solo più tardi.

Questa premessa è importante per capire il ruolo di Jean-Baptiste Say, uno dei più importanti economisti classici successivi ad Adam Smith insieme a Ricardo e Malthus.

Say è ricordato soprattutto per la sua famosa legge, ma il suo posto nella storia del pensiero economico va oltre la Legge degli sbocchi.

Contribuì a dare all'economia politica una forma più autonoma, più ordinata e più accessibile. Il suo Traité d'économie politique, pubblicato per la prima volta nel 1803, venne più volte rivisto e ristampato, diventando uno dei testi fondamentali per la diffusione dell'economia politica in Europa e negli Stati Uniti.

Indice

  1. La Legge di Say
  2. Risparmio, moneta e crisi economiche
  3. Le critiche alla Legge di Say: da Malthus a Keynes
  4. Il contributo di Say: produzione, capitale e imprenditorialità

1. La Legge di Say

Julius LeBlanc Stewart, Venetian Market Scene (1907)

Nel 1803, Say formulò quella che sarebbe passata alla storia come "Legge degli sbocchi", o più semplicemente "Legge di Say": la produzione di merci genera redditi sufficienti a creare una domanda capace di assorbire l'offerta complessiva.

La formula con cui questa legge viene abitualmente ricordata – "l'offerta crea la propria domanda" – è efficace, ma rischia di essere troppo rigida.

L’interpretazione classica è che ogni bene prodotto trovi sempre un compratore e che, di conseguenza, l'economia sia sempre in equilibrio.

In realtà, Say vuole dire che, in termini generali, la capacità di domandare beni deriva dalla capacità di produrne altri.

Per comprare, qualcuno deve prima aver prodotto qualcosa, direttamente o indirettamente, e deve aver ottenuto un reddito da quella produzione.

Say lo esprime in modo netto nel capitolo del Traité dedicato al mercato dei prodotti.

Il passaggio più noto sostiene che è la produzione ad aprire uno sbocco ai prodotti: chi vuole acquistare deve disporre di un reddito ottenuto attraverso un'altra attività produttiva, generata dall'industria, dal capitale o dalla terra.

Qui si trova il nucleo della sua argomentazione. Il denaro è lo strumento che rende più semplice lo scambio tra prodotti, ma la ricchezza reale è la capacità di produrre beni e servizi dotati di valore e non la quantità di moneta posseduta.

Secondo Say, l'offerta complessiva di prodotti non avrebbe potuto superare stabilmente la domanda totale, in quanto “ciascun prodotto venduto generava un ritorno sotto forma di salari, interesse, profitto o rendita sufficiente a comprare quel prodotto”.

La produzione, infatti, mette sul mercato beni e, insieme, genera redditi: il salario remunera il lavoro, l'interesse remunera il capitale, il profitto remunera l'attività dell'imprenditore e la rendita remunera l'uso della terra.

Questi redditi diventano il potere d'acquisto con cui gli stessi soggetti economici domandano altri beni e servizi.

Si forma così un circuito: la produzione genera reddito, il reddito genera domanda, la domanda consente di assorbire altra produzione.

Per Say, questo rendeva impossibile una carenza generale e persistente di domanda. Una crisi poteva verificarsi, ma doveva essere interpretata come il segnale di una cattiva composizione della produzione: troppi beni in alcuni settori, troppo pochi in altri.

La tesi può sembrare contraddittoria, ma Say non sostiene che ogni imprenditore venderà sempre ciò che produce: può sbagliare valutazione, può offrire un bene poco desiderato, può arrivare tardi rispetto ai concorrenti, può investire in un settore già saturo.

Il suo ragionamento riguarda il sistema economico nel suo complesso: la domanda complessiva nasce dalla produzione complessiva, perché solo chi partecipa alla creazione di valore dispone poi dei mezzi per domandare altri beni.

La produzione diventa perciò il processo attraverso cui si formano i redditi, si finanziano i consumi, si alimentano gli investimenti e si sostiene lo scambio.

Per Say, il problema principale è quello di creare prodotti utili, capaci di generare reddito e di trovare spazio nella rete degli scambi.

2. Risparmio, moneta e crisi economiche

E il risparmio? Non è forse possibile che una parte del reddito venga semplicemente messa da parte, sottraendo domanda al sistema economico?

Sì, è possibile, e bisogna capire che cosa succede a quel risparmio.

Se resta inattivo, la domanda corrente può ridursi: per Say e per molti economisti classici, però, questa situazione tende a essere temporanea, perché chi possiede risorse non ha interesse a lasciarle improduttive.

Il risparmio può essere prestato, investito, impiegato per finanziare attività produttive. In questo modo, il consumo rinviato da un soggetto viene sostituito dalla spesa di un altro, in molti casi sotto forma di investimento.

Say sosteneva quindi che se i risparmiatori si fossero astenuti dal prestare i propri risparmi, avrebbero perso anche i frutti ottenibili da quelle somme: la convenienza economica li avrebbe quindi spinti a mettere le risorse a disposizione di chi poteva impiegarle in modo produttivo.

In termini più moderni, il mercato dei capitali avrebbe trasformato una parte del reddito non consumato in domanda di beni capitali, lavoro e servizi produttivi.

I risparmi sarebbero quindi stati investiti e, a livello complessivo, la domanda non sarebbe diminuita: avrebbe cambiato composizione, con meno beni di consumo immediato e più beni strumentali, più investimenti, più produzione futura.

Anche nel caso di tesaurizzazione, l'eventuale riduzione della domanda avrebbe esercitato una pressione al ribasso sui prezzi, impedendo il formarsi di un eccesso di offerta permanente.

La presenza della moneta rende però il ragionamento più complesso. In un'economia di puro baratto, la Legge di Say è quasi un'identità: chi non produce nulla non ha nulla da offrire in cambio e quindi non può domandare altro.

Con la moneta, invece, diventa possibile vendere oggi e comprare domani, trattenere liquidità, separare nel tempo la vendita dall'acquisto: è qui che la legge perde parte del suo automatismo e diventa più dipendente dalle condizioni istituzionali, monetarie e psicologiche del mercato.

L'analisi monetaria di Say era compatibile con la teoria quantitativa della moneta: vedeva il denaro soprattutto come mezzo di scambio. Gli operatori desiderano detenerlo per esigenze di cassa, non come obiettivo finale dell'attività economica.

Se possiedono più moneta di quanta desiderino mantenere inattiva, tenderanno a spenderla o a prestarla. Un aumento dell'offerta di moneta, in questa prospettiva, può quindi tradursi in maggiore domanda monetaria di beni e poi in una crescita dei prezzi.

La questione, però, implica anche la velocità di circolazione e il funzionamento del credito. La letteratura su Say ha mostrato come il suo pensiero monetario fosse più articolato di quanto a volte si immagini.

Say considerava il ruolo delle facilitazioni creditizie e il modo in cui queste potevano ridurre il bisogno di moneta metallica, influenzando la circolazione complessiva.

La Legge di Say offre anche un'interpretazione delle crisi economiche che accompagnarono la rivoluzione industriale, intese come disallineamenti settoriali fra domanda e offerta.  Questo passaggio è importante, perché evita di trasformare Say in un teorico ingenuo dell'armonia automatica.

Il ragionamento è il seguente: se non può verificarsi un eccesso di offerta su scala aggregata, allora un surplus di produzione in certi settori deve corrispondere a una produzione insufficiente in altri. Una parte dell'economia produce beni che il mercato assorbe con difficoltà; un'altra parte produce troppo poco rispetto a ciò che consumatori e imprese desiderano.

La crisi segnalerebbe, quindi, una produzione orientata nella direzione sbagliata.

Say attribuiva questi squilibri anche a cause esterne all'economia, come calamità naturali o disastri politici. Cattive politiche pubbliche, restrizioni commerciali, guerre, barriere doganali e interventi che ostacolano la circolazione dei beni possono alterare il funzionamento dei mercati e rendere più difficile il riequilibrio.

Non a caso, il dibattito sulla Legge di Say si intrecciò con una delle grandi controversie dell’economia classica: la possibilità che si verificasse una sovrapproduzione generale, cioè una situazione in cui l’economia nel suo complesso producesse più di quanto il mercato fosse in grado di assorbire.

Say sosteneva inoltre che alcuni sbilanciamenti potessero nascere dentro il sistema economico stesso.

In un'economia di mercato, basata su decisioni decentralizzate, l'equilibrio si raggiunge attraverso un processo continuo di tentativi ed errori. Gli imprenditori anticipano una domanda futura che non conoscono con certezza: investono, assumono, acquistano materie prime e organizzano la produzione sulla base di aspettative.

Quando queste aspettative si rivelano sbagliate, si formano scorte invendute, perdite e riallocazioni di capitale.

Il riequilibrio, nella visione di Say, avviene attraverso il mercato: il calo dei prezzi nei settori sovraccarichi scoraggia nuova produzione in quelle attività; la maggiore redditività dei settori sottoforniti attira capitale e lavoro verso usi più richiesti.

Il processo richiede tempo, adattamento e capacità imprenditoriale (ed è anche costoso).

L'intervento dello Stato, per Say, rischiava quindi di essere superfluo o addirittura dannoso, perché poteva alterare i meccanismi di autocorrezione del mercato.

Questa conclusione va interpretata nel contesto liberale del suo pensiero. Say diffidava degli interventi che proteggevano settori specifici, fissavano prezzi artificiali o impedivano la libera circolazione dei prodotti: misure di questo tipo potevano conservare produzioni inefficienti e ritardare il trasferimento delle risorse verso impieghi più utili.

3. Le critiche alla Legge di Say: da Malthus a Keynes

La Legge di Say divenne presto oggetto di confronto con altri economisti classici: Ricardo la accettò in larga misura; Malthus e Sismondi furono tra i critici più severi.

Malthus riteneva possibile una carenza di domanda effettiva, soprattutto in presenza di rigidità salariali, incertezza e insufficiente propensione alla spesa.

Sismondi insisteva invece sui costi sociali dell'aggiustamento: capitale e lavoro non si spostano sempre rapidamente da un settore all'altro, perché le competenze dei lavoratori e le caratteristiche delle macchine sono in molti casi specifiche.

Queste considerazioni sono interesssanti anche per il lettore contemporaneo: una teoria può funzionare come tendenza di lungo periodo e risultare comunque incompleta se trascura i costi di breve periodo.

Dire che il mercato tende a riallocare capitale e lavoro ha un connotato positivo, ma le crisi possono distruggere imprese, redditi e competenze prima che nuove attività riescano ad assorbire le risorse liberate.

La legge di Say non venne quindi accettata da tutti ma, nonostante questo, “sopravvisse trionfalmente fino alla Grande Depressione”, quando sarebbe stata detronizzata da Keynes, che affermò e dimostrò come una carenza di domanda fosse possibile, così come una preferenza per la liquidità, rispetto al consumo o all’investimento.

Nella General Theory del 1936, Keynes presentò la Legge di Say come il simbolo dell'errore fondamentale dell'economia classica: l'idea che l'offerta trovi sempre una domanda sufficiente e che, di conseguenza, una disoccupazione involontaria di massa non possa persistere.

La critica keynesiana colpisce il punto più debole della formulazione classica: la possibilità che famiglie, imprese e investitori preferiscano detenere liquidità invece di consumare o investire.

In condizioni di forte incertezza, il risparmio può non trasformarsi automaticamente in investimento, il tasso d'interesse può non bastare a riequilibrare il mercato dei capitali e la domanda aggregata può diventare insufficiente rispetto alla capacità produttiva esistente, generando produzione inutilizzata e disoccupazione.

Sia che Keynes che Say riconoscevano che le crisi esistono: la differenza riguarda la loro natura.

Per Say, la crisi è soprattutto un problema di composizione dell'offerta, di errori settoriali e di ostacoli al riaggiustamento; per Keynes, può esistere anche un problema di livello complessivo della domanda.

È una distinzione profonda: nel primo caso, la risposta è lasciare che prezzi, profitti e capitale si riallochino; nel secondo, può diventare necessario sostenere la domanda aggregata.

Per un investitore, entrambe le prospettive sono utili. Alcune crisi nascono da una cattiva allocazione del capitale: bolle settoriali, investimenti eccessivi, capacità produttiva sovradimensionata, modelli di business fragili.

Altre coinvolgono la domanda complessiva e possono colpire anche imprese efficienti, semplicemente perché famiglie e aziende riducono la spesa, aumentano la liquidità e rinviano decisioni di consumo o investimento.

La Legge di Say resta quindi importante perché interpreta le crisi come il risultato di investimenti sbagliati, settori sovraffollati, errori di previsione e capitale impiegato in modo poco produttivo.

La critica keynesiana, però, ricorda che fiducia e liquidità possono bloccare il passaggio dal risparmio all'investimento, rendendo insufficiente il semplice meccanismo di aggiustamento dei prezzi.

4. Il contributo di Say: produzione, capitale e imprenditorialità

Copertina del primo volume della seconda edizione del Trattato di economia politica di Jean-Baptiste Say

Jean-Baptiste Say è una figura fondamentale nella storia del pensiero economico classico.

È conosciuto soprattutto per la Legge degli sbocchi, ma fu anche tra i primi a trattare l'economia come una scienza autonoma, distinguendola dalla politica e dalla morale.

Il suo obiettivo era individuare le leggi che regolano la produzione, la distribuzione e il consumo della ricchezza.

L'economia politica, per Say, doveva essere una scienza utile: uno strumento per comprendere meglio le conseguenze delle decisioni individuali e delle politiche pubbliche.

La sua esperienza personale rende il suo pensiero ancora più interessante, perché Say fu giornalista, membro del Tribunato, imprenditore tessile, professore e divulgatore.

Dopo il successo del Traité, Bonaparte gli propose di pubblicarne una nuova edizione che giustificasse le misure del governo. Say rifiutò, perdendo la propria posizione politica; in seguito aprì una filanda nel nord della Francia.

Questa esperienza imprenditoriale contribuì probabilmente a rendere più solida la sua idea di produzione e di coordinamento economico.

Tra gli elementi più moderni del suo pensiero c'è il ruolo attribuito al capitalista-imprenditore. Say anticipa, almeno in parte, la figura contemporanea dell'imprenditore: colui che coordina, innova e trasforma le risorse in beni utili.

L'imprenditore combina i fattori produttivi, anticipa la domanda, valuta i rischi, organizza il lavoro e decide dove indirizzare le risorse. La produzione richiede giudizio, informazione, iniziativa e capacità di adattamento.

Questo aspetto collega direttamente la Legge degli sbocchi alla teoria dell'imprenditore: se gli squilibri di mercato derivano soprattutto da errori nella composizione della produzione, il loro superamento dipende dalla capacità degli imprenditori di correggere quegli errori.

Il mercato si aggiusta attraverso decisioni di persone che osservano prezzi, costi, profitti e perdite, e riorientano l'attività produttiva.

Say si oppose anche alle teorie di Thomas Malthus sulla popolazione, sostenendo che produzione e domanda potessero crescere insieme alla popolazione, senza le catastrofi previste da Malthus.

Il pensiero di Say era caratterizzato da una fiducia razionale nella capacità dell'industria, del commercio e dell'innovazione di ampliare le possibilità materiali della società.

Per Say, più popolazione significa più lavoratori, più produttori, più scambi, più conoscenze e più possibilità di divisione del lavoro.

La sua visione influenzò profondamente economisti successivi come John Stuart Mill e Friedrich Hayek, soprattutto per l'importanza attribuita all'imprenditorialità, all'innovazione e all'ordine spontaneo del mercato.

Non sono mancate le critiche: per alcuni autori Say è stato un difensore quasi automatico dell'equilibrio di mercato; altri hanno sottolineato le condizioni necessarie affinché la sua legge possa funzionare: mobilità dei fattori, credito, fiducia, prezzi flessibili, libertà di scambio e capacità imprenditoriale.

La sua opera più influente, il Traité d'économie politique del 1803, ebbe un ruolo importante nella diffusione delle idee economiche in Europa e negli Stati Uniti, anche grazie alla sua maggiore accessibilità rispetto alla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith.

Say riuscì a presentare l'economia politica in forma più ordinata e didattica, rendendola comprensibile a un pubblico più ampio.

Oltre al Traité, pubblicò opere pensate per la divulgazione e dedicò molti anni all'insegnamento: all'Athénée, al Conservatoire des Arts et Métiers e infine al Collège de France, dove nel 1831 ottenne la prima cattedra di economia politica.

La minore notorietà rispetto a Malthus e Ricardo può dipendere anche dalla sua nazionalità francese, che non gli ha permesso di appartenere a “quella che era allora (ed è poi sempre rimasta) la tradizione dominante di lingua inglese – la tradizione che ha a lungo rispecchiato la preminenza della Gran Bretagna e le ha dato voce”.

Say rimase in parte ai margini, pur avendo esercitato un'influenza enorme nel suo tempo.

Per l'investitore contemporaneo, la lezione di Say è interessante per almeno due ragioni: la prima è che la crescita economica nasce dalla capacità di produrre beni e servizi utili, allocando capitale e lavoro in modo produttivo.

La seconda è che gli squilibri possono indicare una cattiva distribuzione del capitale tra settori, tecnologie o modelli di business.

Per chi investe, è un richiamo importante: dietro ogni mercato finanziario ci sono imprese che producono, consumatori che scelgono, imprenditori che allocano capitale e sistemi economici che attraversano continui processi di errore, correzione e adattamento.

Il contributo di Say al pensiero economico, quindi, va ben oltre la sua celebre legge, estendendosi a diversi aspetti chiave dell'economia e della società.


La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica

4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno

5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti

6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo

8. L'economia classica: La teoria della distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero

15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale

16. Karl Marx: La teoria del valore

17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico

18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto

19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista

20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista

21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità

22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher

23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità

24. La Scuola Storica Tedesca di economia

25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale

26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano

27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico

28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta

29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises

30. La Scuola Austriaca di economia: Mises e la scienza dell’azione umana. Libertà, mercato e conoscenza

31. La Scuola Austriaca di economia: Hayek e i limiti della ragione: libertà, conoscenza e ordine spontaneo

32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione

33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità

34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia

35. Piero Sraffa e la rivoluzione silenziosa

36. Joan Robinson e i post-keynesiani di Cambridge

37. Michał Kalecki: profitti, domanda effettiva e ciclo politico

38. Hyman Minsky e l'instabilità finanziaria

39. La sintesi neoclassica: Hicks, Samuelson e Modigliani

40. Robert Solow e la teoria della crescita economica

41. Kenneth Arrow, Gérard Debreu e la teoria dell'equilibrio generale

42. Milton Friedman e il monetarismo (più articoli)

43. Robert Lucas e la nuova macroeconomia classica

44. La nuova economia keynesiana e la sintesi contemporanea

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