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Jean-Baptiste Say e la "Legge degli sbocchi"

Jean-Baptiste Say e la "Legge degli sbocchi"


13Apr2024

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico 679 hits
Prima pubblicazione: 21 Gennaio 2024

«The entrepreneur shifts economic resources out of an area of lower and into an area of higher productivity and greater yield».

Jean-Baptiste Say

Uno degli elementi più importanti per stimolare l'accumulo di capitale, già nel pensiero classico, è costituito dagli "investimenti".

Gli investimenti sono finanziati da un flusso di risparmio generato dalla scelta di alcuni soggetti economici di rinunciare al consumo immediato di una porzione del proprio reddito.

Per gli economisti classici, è principalmente la classe capitalista a generare il risparmio, dato che i lavoratori percepiscono un reddito che copre a malapena le necessità di sussistenza, mentre i proprietari terrieri tendono a destinare la maggior parte delle loro rendite a consumi improduttivi.

Il risparmio dei capitalisti è quindi visto come il motore essenziale della crescita economica: senza di esso, non ci sarebbe accumulazione di capitale e, di conseguenza, nessun aumento della "ricchezza delle nazioni".

I classici ritenevano che il risparmio fosse non solo necessario, ma anche sufficiente per stimolare la crescita: l'investimento, secondo loro, è una conseguenza naturale del risparmio.

Questa premessa ci aiuta a capire da dove deriva il maggior contributo di Jean-Baptiste Say, uno degli economisti classici più importanti tra quelli che emersero dopo la morte di Smith, insieme a Ricardo e Malthus.

Nel 1803, Say formulò quella che sarebbe diventata nota come la “Legge degli sbocchi” o, più semplicemente, "Legge di Say": essa affermava che la produzione di merci genera una domanda aggregata tale da essere sufficiente ad acquistare tutta l’offerta.

Secondo Say, l'offerta complessiva di prodotti non avrebbe mai potuto superare la domanda totale, in quanto “ciascun prodotto venduto generava un ritorno sotto forma di salari, interesse, profitto o rendita sufficiente a comprare quel prodotto”.

Dato che il guadagno ottenuto dalla vendita dei prodotti avrebbe generato la domanda, si veniva a creare un circolo virtuoso che avrebbe reso impossibile il verificarsi di una carenza di domanda.

E il risparmio? Non era forse possibile per alcune persone mettere da parte una porzione dei propri introiti?

Sì, certo, sarebbe stato possibile. Tuttavia, Say sosteneva che il risparmio non generava un deficit di domanda rispetto alla produzione: se i risparmiatori si fossero astenuti dal prestare i propri risparmi, avrebbero perso anche i frutti ottenibili da quei risparmi.

I risparmi, allora, sarebbero stati investiti e a livello globale la domanda non sarebbe diminuita. Ma anche nel caso di tesaurizzazione dei risparmi, l’eventuale minor domanda avrebbe fatto scendere i prezzi e questo avrebbe evitato il verificarsi di un eccesso di offerta.

La legge di Say, come vedremo, non venne accettata da tutti ma, nonostante questo, “sopravvisse trionfalmente fino alla Grande Depressione”, quando sarebbe stata detronizzata da John Maynard Keynes, che affermò e dimostrò come una carenza di domanda fosse possibile, così come una preferenza per la liquidità, rispetto al consumo o all’investimento.

L’analisi monetaria di Say era compatibile con la teoria quantitativa della moneta. La sua legge, infatti, afferma come la domanda di denaro sia limitata alle esigenze di cassa degli operatori di mercato. Pertanto, un aumento dell'offerta di moneta li porta a spendere l'eccesso, causando un aumento della domanda e una conseguente crescita dei prezzi.

La legge di Say fornisce inoltre un'interpretazione per le frequenti crisi economiche che hanno caratterizzato il periodo della rivoluzione industriale, inquadrandole come disallineamenti simmetrici e settoriali fra domanda e offerta.

In altri termini, dato che non poteva verificarsi un eccesso di offerta su scala aggregata, se in certi settori si fosse manifestato un surplus di produzione, era inevitabile che vi fossero altri settori in cui la produzione doveva essere in deficit.

Say attribuiva questi squilibri a cause esterne all'economia, come calamità naturali o disastri politici. Non escludeva, comunque, che alcuni di questi sbilanciamenti potessero originarsi all’interno del sistema economico stesso: in un'economia di mercato basata su decisioni decentralizzate, il raggiungimento dell’equilibrio non poteva che avvenire attraverso un processo continuo di “tentativi ed errori”.

Era il mercato stesso, mediante un meccanismo di riallineamento tra domanda e offerta, che avrebbe ripristinato l'equilibrio, consentendo la risoluzione spontanea degli squilibri settoriali.

L’intervento dello Stato, perciò, non solo sarebbe risultato superfluo, ma anche potenzialmente nocivo, in quanto avrebbe potuto alterare i meccanismi di autocorrezione propri del mercato.

Jean-Baptiste Say è stato un personaggio molto importante nella storia del pensiero economico classico: conosciuto soprattutto per la sua legge degli sbocchi, è stato uno dei primi a trattare l'economia come scienza autonoma, delineando i confini tra economia, politica e morale.

Tra gli elementi più rivoluzionari del suo pensiero troviamo il ruolo del capitalista, che in una prospettiva più avanzata rispetto ai canoni del suo tempo, prefigura la figura contemporanea dell'imprenditore: un elemento fondamentale nell'attività economica, capace di coordinare, innovare e trasformare le risorse in beni utili.

Say si oppose alle teorie di Thomas Malthus sulla popolazione, sostenendo che produzione e domanda potessero crescere parallelamente alla popolazione, senza le catastrofi previste da Malthus.

La sua visione influenzò profondamente economisti successivi come John Stuart Mill e Friedrich Hayek, in particolare per quanto concerne l'importanza dell'imprenditorialità e dell'innovazione.

La sua opera più influente, il “Traité d’économie politique” del 1803, ha avuto un ruolo significativo nella diffusione delle idee economiche in Europa e negli USA, anche grazie alla sua maggiore accessibilità rispetto alla "Ricchezza delle Nazioni" di Adam Smith.

01 Traite d economie politique

Copertina del primo volume della seconda edizione del ''Trattato di economia politica'' di Jean-Baptiste Say

La minore notorietà rispetto a Malthus e Ricardo potrebbe essere attribuita alla sua nazionalità francese, che non gli ha permesso di appartenere a “quella che era allora (ed è poi sempre rimasta) la tradizione dominante di lingua inglese – la tradizione che ha a lungo rispecchiato la preminenza della Gran Bretagna e le ha dato voce”.

Il contributo di Say al pensiero economico, quindi, va ben oltre la sua celebre legge, estendendosi a diversi aspetti chiave dell'economia e della società.


La collezione di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino

4. Il mercantilismo

5. I fisiocratici

6. L'economia classica: un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: Smith e Ricardo – Il valore della merce

8. L'economia classica: La distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx

15. L'economia politica neoclassica

16. John Maynard Keynes

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