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I segreti dei PAC svelati dai backtest – Parte 10. I PAC a rate costanti e Value Averaging: conclusioni

I PAC a rate costanti e Value Averaging: conclusioni


03Ott2021

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Andrea PAC 273 hits
Prima pubblicazione: 03 Ottobre 2021

«We shall not cease from exploration, and the end of all our exploring will be to arrive where we started and know the place for the first time».

T. S. Eliot

Il Piano di Accumulo del Capitale a rate costanti è una modalità di investimento molto utilizzata. È facilmente comprensibile e può essere agevolmente automatizzata.

Il PAC è anche una modalità di risparmio, perché la cifra periodicamente accantonata viene sottratta al consumo. La scelta di costruire un piano di accumulo ha il notevole pregio di imporre una disciplina nel rapporto con i propri soldi.

Un PAC può essere anche trasformato in uno strumento previdenziale, se il suo orizzonte temporale viene stabilito in concomitanza col termine della vita lavorativa dell'investitore.

La costruzione di un capitale nel tempo è una delle principali funzioni di un piano di accumulo. 

Molti degli autori che hanno studiato questa metodologia di investimento, quasi tutti americani, sono stati molto attenti a puntualizzare che, quando si parla di Dollar Cost Averaging (l'equivalente del PAC a rate costanti in lingua inglese), si fa riferimento a una metodologia di investimento in cui il capitale è interamente disponibile fin dall’inizio.

Il capitale sarà impiegato a intervalli periodici nei mesi o negli anni futuri, ma è già liquido e pronto a essere investito nella sua totalità al tempo zero.

Questa forzatura è dovuta alla necessità di confrontare il Dollar Cost Averaging con altre metodologie di investimento: non lo si potrebbe caratterizzare come inefficiente o subottimale se non esistesse un’alternativa da definire, di conseguenza, più efficiente o ottimale. 

Il confronto tipico è quello tra Dollar Cost Averaging e un investimento in un’unica soluzione (lump sum).

Un piano di accumulo, però, è una strategia appropriata per costruire un capitale nel tempo: la sua funzione, ancor prima di generare un rendimento positivo, è quella di creare un capitale attraverso il risparmio.

In realtà, la maggior parte degli investitori che utilizzano un piano di accumulo non ha la disponibilità dell’intera somma fin dall'inizio: ha soltanto quella necessaria al versamento di ogni rata. L’importo richiesto è spesso generato dal reddito da lavoro dell’investitore.

In tal caso, un piano di accumulo è l’unico modo a disposizione di un investitore per costruirsi il suo capitale. La maggior parte delle volte, quindi, il confronto stesso con un investimento in un’unica soluzione perde di significato.

Stranamente, molti accademici non tengono minimamente conto di questa eventualità, o tendono a liquidarla affermando che non è ciò a cui si riferiscono quando parlano di Dollar Cost Averaging.

Non vogliamo mettere in discussione i maggiori rendimenti generati da un investimento in un’unica soluzione rispetto a un piano d’accumulo. Questo risultato è stato verificato anche nelle nostre analisi, sia grazie ai backtest storici che alle simulazioni Monte Carlo parametriche e non parametriche (in fondo a questo articolo potete trovare i link agli articoli completi sui PAC a rate costanti e Value Averaging).

Il confronto però non è così immediato come questi autori vogliono far credere: non prende minimamente in considerazione l'aspetto psicologico di un investimento.

Perché ignorarlo? 

La finanza comportamentale è ormai parte integrante della scienza economica: non a caso, diversi autori che se ne sono occupati a fondo, negli ultimi decenni hanno vinto il premio Nobel per l’Economia.

La finanza comportamentale (o psicologia della finanza) è ormai parte integrante dell’economia e della finanza stessa. Molti autori continuano tuttavia a criticarla o, nel migliore dei casi, a ignorarla.

Molti sostenitori della finanza classica si domandano come certi comportamenti irrazionali possano anche solo esistere (per alcuni, l’investimento in un piano di accumulo è irrazionale). Probabilmente non trovano le riposte alle loro domande perché si rifiutano di cercarle là dove potrebbero essere ottenute: nella finanza comportamentale.

Chi ha effettuato almeno una volta un investimento azionario in un’unica soluzione e in un Piano di Accumulo del Capitale non avrà la minima esitazione nel definire più rischioso il primo, a parità di somma totale investita: lo stress psicologico associato al mettere in gioco tutto il capitale fin dall’inizio è inevitabilmente superiore.

Una volta effettuato l’investimento, in un PIC tutta la somma è fin da subito in balia del mercato. Se arriva una crisi finanziaria, colpisce tutto il capitale. Prima arriva e peggio è, perché non c’è nemmeno il tempo di farlo crescere un po’.

In un PAC vale la conclusione opposta: prima la crisi arriva e meglio è, dato che fin da subito si possono comprare più quote a parità di somma investita (le rate sono costanti). Inoltre, all’inizio dell’investimento, quando solo poche rate sono state versate, il capitale investito è piccolo e, per quanto non faccia piacere vedere il rendimento del piano di accumulo col segno meno davanti, il controvalore della perdita è ancora minore.

Le stesse conclusioni sono valide nei confronti dei PAC Value Averaging.

Ci sembra che le critiche ricevute dal Value Averaging negli ultimi anni siano state troppo severe.

Da una parte, hanno giustamente messo in luce una distorsione nel calcolo dei rendimenti, che autori precedenti non avevano individuato; dall’altra, hanno condannato in toto questa modalità di investimento, che può invece essere migliore del Cost Averaging in diverse circostanze, anche dopo aver eliminato le distorsioni evidenziate.

Prendendo spunto da queste critiche, abbiamo rivalutato l'investimento di un capitale iniziale in concomitanza di un PAC Value Averaging. 

Questa metodologia è risultata essere un ibrido tra un PAC e un PIC: una strategia di investimento che sembra generare ottimi risultati con un rischio relativamente basso.

Il PAC Value Averaging con o senza un fondo di liquidità iniziale non ha la pretesa di ottenere rendimenti superiori al Buy and Hold: il suo scopo principale è quello di diminuire il rischio dell’investimento, che spesso è causa dell’inattività degli investitori.

Talvolta, la prudenza è raccomandata anche dai consulenti finanziari. A seconda della propensione al rischio del cliente, questa prudenza è la giusta espressione di un dovere deontologico del consulente stesso, e non può che essere vista positivamente.

Altre volte, però, viene oltremodo enfatizzata – con la conseguenza che il cliente si ritrova con troppi prodotti obbligazionari in portafoglio – o, peggio ancora, soltanto ostentata: al povero investitore vengono magari consigliati strumenti finanziari contrarian (guadagnano se i mercati scendono), fondi Total o Absolute Return (hanno l'obiettivo di ottenere un rendimento costante e indipendente dall'andamento dei mercati) o prodotti derivati il cui rischio potrebbe non essere correttamente percepito.

Il Value Averaging, così come il Cost Averaging, può essere la strategia giusta per superare l’immobilità e l’eccessiva prudenza: aiuterà a sostituire l’attesa con l’azione e permetterà di rinunciare al market timing e alla frenetica, ma spesso sterile, ricerca dell’efficienza.

È fondamentale scegliere una strategia di investimento che trasmetta calma e tranquillità: se il rendimento atteso è inferiore a quello di altre tipologie di investimento più stressanti, poco importa. 

La pace mentale è molto più importante, almeno per la stragrande maggioranza degli investitori non professionali.

Il mondo accademico, ancora troppo succube della finanza classica e in particolare dell’assioma di razionalità, non è forse ancora pronto a fare i conti la finanza comportamentale, anche se le cose stanno lentamente cambiando.

Se la finanza classica teorizza l’inesistenza dei PAC e questi, in realtà, costituiscono una delle modalità di investimento più utilizzate, non si dovrebbero incolpare gli investitori di irrazionalità: forse il problema è negli assiomi della teoria che ci si ostina a seguire.

Sulla falsariga del sottotitolo dell’articolo di Meir Statman citato nel primo di questa collezione di articoli sui PAC, sembra evidente che per gli esseri umani sia assolutamente normale comportarsi in modi che la finanza classica definisce irrazionali.

Dopo oltre 25 anni, l’ipotesi avanzata dallo stesso Statman nel 1995 – The practice of dollar-cost averaging will persist – non soltanto è attualissima, ma è probabilmente destinata a rimanere tale ancora per molti anni.


La collezione di articoli "I segreti dei PAC svelati dai backtest" contiene:

  1. Analisi di base dei PAC a rate costanti.
  2. Analisi avanzata dei PAC a rate costanti, parte prima.
  3. Analisi avanzata dei PAC a rate costanti, parte seconda.
  4. Motivazioni e conseguenze del disinvestimento anticipato di una parte delle quote accumulate nei PAC.
  5. Motivazioni e conseguenze dei versamenti aggiuntivi nei PAC (prima parte).
  6. Motivazioni e conseguenze dei versamenti aggiuntivi nei PAC (seconda parte).
  7. Value Averaging: critiche, vantaggi, tipologie.
  8. Analisi di base dei PAC Value Averaging.
  9. Analisi avanzata dei PAC Value Averaging.
  10. Conclusioni.

Articolo completo sui PAC a rate costanti: PAC Cost Averaging – Costruire un capitale in ogni condizione di mercato.

Articolo completo sui PAC Value Averaging: Value Averaging – Investire senza temere una crisi finanziaria.

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