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L'economia classica: un nuovo approccio all'economia politica

L'economia classica: un nuovo approccio all'economia politica


07Gen2026

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico
Prima pubblicazione: 17 Settembre 2023

«I have never known much good done by those who affected to trade for the public good».

Adam Smith

Con l’affermazione dell’economia classica prende forma, per la prima volta in modo sistematico, l’economia come disciplina autonoma all’interno delle scienze sociali.

L’economia classica nacque come risposta intellettuale a trasformazioni materiali senza precedenti, che misero in discussione assetti produttivi, rapporti sociali e istituzioni consolidate.

I pensatori classici si confrontarono con un mondo in rapido mutamento, nel quale l’espansione dei mercati, la diffusione del lavoro salariato e l’accumulazione di capitale modificarono radicalmente le condizioni di vita e di produzione.

Comprendere tali cambiamenti divenne un’esigenza teorica e pratica: l’economia politica si propose come uno strumento per interpretare la nuova realtà e orientare le scelte pubbliche.

Questo articolo ha una funzione introduttiva e intende ricostruire il contesto storico ed economico entro cui l’economia classica prese forma, chiarendone i presupposti e le domande fondamentali.

È all'interno di questo quadro che diventa possibile cogliere il significato e la portata delle teorie elaborate da Smith, Ricardo e dagli altri protagonisti della tradizione classica.

Indice

  1. Dalla campagna alla fabbrica: un mondo che cambia
  2. La ridefinizione della ricchezza: l’addio all’oro
  3. La fabbrica degli spilli: la produttività come fonte della crescita
  4. L’interesse personale come motore sociale

1. Dalla campagna alla fabbrica: un mondo che cambia

Maurice Utrillo, Les Fabriques (XIX-XX sec.)

L’epoca in cui la teoria classica raggiunse il suo apice coincise con una fase di profonde trasformazioni economiche e sociali, comunemente conosciuta come “Rivoluzione industriale”.

Più che un singolo evento, essa rappresentò un processo di lungo periodo che modificò in modo irreversibile il modo di produrre, di lavorare e di organizzare la società.

Non vi è dubbio che le fondamenta dell’economia classica furono gettate principalmente in Gran Bretagna, la nazione pioniera di questo processo nella seconda metà del XVIII secolo.

Da quel momento, il fenomeno si diffuse nell’Europa continentale, nel Nord America e, successivamente, in Giappone.

La centralità britannica rifletteva una combinazione favorevole di fattori istituzionali, tecnologici e commerciali, che rese il contesto inglese particolarmente adatto allo sviluppo dell’industria moderna.

Da un punto di vista quantitativo, l’epoca in questione fu contraddistinta da un incremento costante della produzione industriale, in particolare nei settori tessile (soprattutto il cotone) e metallurgico, che agirono da motori propulsori per l’intera economia.

Il progresso tecnico, unito a nuove forme di organizzazione del lavoro, consentì di aumentare l’output riducendo i costi unitari di produzione, rafforzando ulteriormente il vantaggio competitivo delle economie industrializzate.

Fu in questo periodo che l’umanità assistette a quella fase che molti storici economici hanno definito take-off, o “decollo”, indicando l’avvio di una crescita sostenuta dopo secoli di stagnazione.

Per la prima volta nella storia, l’aumento della produzione superò stabilmente la crescita della popolazione, rendendo possibile un miglioramento, seppur diseguale, delle condizioni materiali di vita.

Nel corso del XIX secolo, l’Europa occidentale, gli Stati Uniti e il Giappone registrarono una crescita economica media annua intorno al 2%.

Si tratta di una percentuale che può apparire modesta agli occhi contemporanei ma che, in una prospettiva storica, rappresentò un cambiamento di portata eccezionale: grazie all’effetto della capitalizzazione, questo ritmo di crescita portò a un incremento del prodotto interno lordo di sei-sette volte, con un quasi triplicarsi del reddito pro capite.

Una dinamica di questo tipo segnò una netta discontinuità rispetto all’economia preindustriale, caratterizzata da equilibri precari e da una sostanziale immobilità dei livelli di reddito nel lungo periodo.

Mai, prima di allora, si era assistito a un aumento così sostenuto della produzione per un arco di tempo tanto esteso. Il mutamento non riguardò soltanto le quantità prodotte, ma investì l’intera struttura economica.

La trasformazione in atto comportò profonde variazioni nella distribuzione della forza lavoro, accompagnate da un rapido processo di urbanizzazione che svuotò le campagne e alimentò la crescita di nuovi centri industriali come Manchester e Liverpool.

Già poco dopo il 1850, in Inghilterra, la popolazione urbana superò per la prima volta quella rurale. Parallelamente, il lavoro in fabbrica si diffuse e assunse le caratteristiche di quello che oggi definiremmo “lavoro non qualificato”.

La scomposizione delle mansioni e la standardizzazione dei processi produttivi ridussero la necessità di competenze artigianali, ampliando l’offerta di lavoro impiegabile nell’industria.

Questa transizione vide un’ampia partecipazione di donne e bambini, talvolta impiegati a partire dai cinque anni di età. Gli imprenditori dell'epoca ricorrevano spesso al lavoro minorile non solo per la presunta “docilità” dei giovanissimi, ma per un puro calcolo economico: se un uomo adulto guadagnava circa quindici scellini a settimana, un bambino ne costava appena tre, pur svolgendo mansioni pericolose a contatto con macchinari in movimento.

Il ricorso sistematico a questa manodopera a basso costo contribuì ad alimentare tensioni sociali sempre più evidenti nel corso del XIX secolo.

Le condizioni di lavoro erano estremamente dure, con giornate lavorative che oscillavano tra le 12 e le 16 ore, almeno fino agli anni Sessanta dell'Ottocento. I salari si mantenevano su livelli di sussistenza e la legislazione sociale rimase scarsa e largamente disattesa fino alla fine del secolo.

L’assenza di tutele giuridiche rifletteva il ritardo con cui le istituzioni si adattarono a una realtà economica profondamente mutata.

I lavoratori, sottoposti a queste condizioni, non disponevano del diritto di associarsi per difendere i propri interessi collettivi. Solo nel 1864 venne riconosciuto il diritto di sciopero: prima di allora, le forme di resistenza si manifestarono talvolta in violente rivolte o nel luddismo, ossia nella distruzione delle macchine considerate responsabili della miseria operaia.

Queste reazioni, spesso represse con durezza, testimoniano la difficoltà di interpretare e governare i nuovi rapporti sociali generati dall’industrializzazione.

Tutte queste trasformazioni favorirono una serie di innovazioni, ma lo sviluppo industriale non avrebbe potuto sostenersi senza il parallelo incremento della produttività agricola, che liberò forza lavoro dalla terra e rese possibile l'espansione delle fabbriche.

Industrializzazione e modernizzazione dell’agricoltura procedettero dunque in modo interdipendente, rafforzandosi a vicenda e ponendo le basi materiali del capitalismo moderno.

2. La ridefinizione della ricchezza: l’addio all’oro

Nel contesto della Rivoluzione industriale, la teoria classica si affermò come un nuovo approccio all’economia politica.

I pensatori classici intrapresero la costruzione di una vera e propria scienza economica, con l'obiettivo di rendere comprensibile il nuovo mondo che si stava sviluppando.

A differenza delle riflessioni precedenti, spesso frammentarie e orientate a problemi specifici di finanza pubblica o di commercio internazionale, l’economia classica mirò a individuare principi generali capaci di spiegare il funzionamento dell’intero sistema economico.

Una delle prime questioni affrontate riguardò la definizione di ricchezza. Fino ad allora, la dottrina dominante era il mercantilismo, un orientamento teorico particolarmente apprezzato dai governi dell'epoca: secondo i mercantilisti, la ricchezza di una nazione corrispondeva alla quantità di oro e argento accumulata nelle casse dello Stato.

Per ottenerla, occorreva esportare molto e importare poco, interpretando il commercio internazionale come una competizione in cui il guadagno di un paese implicava necessariamente delle perdite per un altro.

In questa prospettiva, l’economia internazionale veniva perciò concepita come un gioco a somma zero, nel quale l’arricchimento di una nazione avveniva a scapito delle altre.

Ne derivò una forte enfasi sull’intervento statale, sui monopoli commerciali e sulle restrizioni agli scambi, considerati strumenti legittimi per rafforzare la potenza economica e politica dello Stato.

Adam Smith prese nettamente le distanze da questa visione, così come da quella dei fisiocratici, i quali ritenevano che solo l'agricoltura fosse in grado di creare valore.

Se il mercantilismo identificava la ricchezza con i metalli preziosi e la fisiocrazia con il prodotto netto agricolo, l’economia classica compì un ulteriore passo concettuale, ampliando radicalmente il campo dell’analisi economica.

Per Smith, la ricchezza di una nazione consisteva nel flusso reale di beni e servizi prodotti: essa comprendeva “tutte le cose necessarie e utili per la vita” che il lavoro annuale di quella nazione poteva generare.

Una nazione poteva disporre di ingenti quantità d’oro, ma se non era in grado di garantire cibo, vestiario e beni essenziali alla propria popolazione, doveva essere considerata povera.

Il punto non è dunque la disponibilità di moneta in sé, quanto la capacità produttiva dell’economia e la sua attitudine a soddisfare i bisogni materiali della società.

Questa impostazione portò Smith a estendere il concetto di attività produttiva a tutte le attività coinvolte nella produzione, nel trasporto e nella commercializzazione di beni materiali, siano essi agricoli o manifatturieri.

Il lavoro divenne così la fonte fondamentale della ricchezza, indipendentemente dal settore in cui veniva impiegato.

In questo modo, industria e commercio cessarono di essere considerati attività “sterili” o meramente redistributive, assumendo un ruolo centrale nel processo di creazione del reddito.

La ridefinizione della ricchezza ebbe implicazioni rilevanti anche sul piano analitico: spiegare la crescita economica significava comprendere i meccanismi che regolavano la produzione, la divisione del lavoro e l’allocazione delle risorse.

L’attenzione si spostò così dalle politiche di accumulo monetario alle condizioni che favorivano l’espansione della capacità produttiva nel lungo periodo.

Questo cambiamento di prospettiva rappresentò uno dei tratti distintivi dell’economia classica. L’economia politica divenne lo studio delle leggi che governavano la produzione e la distribuzione della ricchezza in una società fondata sul lavoro, sullo scambio e sull’accumulazione di capitale.

3. La fabbrica degli spilli: la produttività come fonte della crescita

Grant Wood, The Product Checker (1925)

Adam Smith esaminò anche i fattori che potevano contribuire all'aumento della ricchezza.

Identificò l'incremento delle forze produttive del lavoro umano come il fattore fondamentale e, in pagine divenute celebri, spiegò che tale aumento era strettamente legato al progresso della divisione del lavoro.

La crescita economica viene così interpretata come il risultato di un impiego più efficiente delle capacità produttive già disponibili, piuttosto che come una semplice conseguenza dell’accumulazione di metalli preziosi o dell’espansione dei commerci.

La divisione del lavoro occupò una posizione centrale nell’argomentazione di Smith, poiché consentiva di spiegare come una società industriale fosse in grado di produrre quantità di beni incomparabilmente superiori rispetto a un’economia fondata sul lavoro artigianale.

Attraverso la specializzazione delle mansioni, gli individui divennero più abili in compiti specifici, ridussero i tempi morti e resero possibile l’introduzione di strumenti e procedure più efficienti.

Per rendere il concetto accessibile anche ai non addetti ai lavori, Smith ricorse a un esempio divenuto un classico: la fabbrica di spilli.

Si immagini un artigiano costretto a svolgere da solo tutte le operazioni necessarie alla produzione di uno spillo: raddrizzare il filo di metallo, tagliarlo, appuntirlo, schiacciare l’estremità per formare la testa, montarla e infine lucidare il prodotto.

In queste condizioni, Smith osservò che un operaio non specializzato, lavorando in autonomia, sarebbe riuscito a produrre a malapena uno spillo al giorno, se non addirittura meno.

In uno scenario di questo tipo, la produzione risultava limitata dall’impossibilità di svolgere con pari destrezza tutte le fasi del processo produttivo.

La situazione mutava radicalmente quando il processo veniva suddiviso in diciotto operazioni distinte, affidate a mani diverse.

Smith osservò una piccola manifattura composta da dieci operai: grazie alla divisione del lavoro, essi riuscivano a produrre complessivamente 48.000 spilli in un solo giorno.

La produttività media passava così da circa venti spilli a testa a 4.800 spilli per lavoratore, con un aumento di 240 volte, ottenuto grazie a una più efficiente organizzazione del lavoro umano.

Smith individuò tre meccanismi attraverso i quali la divisione del lavoro accresceva la produttività:

  • In primo luogo, la specializzazione accresceva l’abilità degli operai, che diventavano progressivamente più rapidi ed efficienti nello svolgimento di compiti ripetitivi.
  • In secondo luogo, la concentrazione su mansioni specifiche riduceva la perdita di tempo legata al passaggio continuo da un’attività all’altra.
  • Infine, la ripetizione delle operazioni favoriva l’invenzione di macchine e strumenti capaci di semplificare e accelerare ulteriormente il lavoro.

La fabbrica degli spilli costituì, dunque, una rappresentazione in miniatura del funzionamento dell’economia industriale.

Essa mostrò come la crescita della produttività derivasse da un processo cumulativo, nel quale specializzazione, apprendimento e innovazione tendevano a rafforzarsi reciprocamente.

Questo ragionamento ebbe conseguenze di ampia portata. Se l’aumento della ricchezza dipendeva dalla produttività del lavoro, la chiave dello sviluppo economico risiedeva nelle condizioni che favorivano la divisione del lavoro: l’estensione dei mercati, la stabilità delle istituzioni e la possibilità di scambiare liberamente i prodotti.

In presenza di mercati sufficientemente ampi, la specializzazione poteva svilupparsi pienamente, permettendo la realizzazione di consistenti guadagni di produttività.

Il celebre esempio degli spilli anticipò così molti temi centrali dell’economia classica: il legame tra mercato e produzione, il ruolo dell’organizzazione del lavoro e l’origine dei progressi economici nel lungo periodo.

Su queste basi si innesterà, nel capitolo successivo, la riflessione sul comportamento individuale e sul modo in cui l’interesse personale poteva tradursi in risultati sociali non intenzionali.

4. L’interesse personale come motore sociale

La celebre metafora della “mano invisibile” elaborata da Adam Smith suggerì che, in un mercato competitivo, gli individui, mossi dal proprio interesse personale, finivano per contribuire al benessere generale.

In altre parole, dalle decisioni individuali prese per fini personali si produce un risultato complessivo che nessuno ha progettato intenzionalmente.

Smith sostenne che, nel perseguire il proprio interesse, l’individuo agiva spesso in modo più efficace per l’interesse della società rispetto a quando tentava deliberatamente di promuoverlo.

Questa affermazione doveva essere letta all’interno di una precisa cornice istituzionale: mercati concorrenziali, assenza di privilegi legali e un sistema di regole in grado di garantire il rispetto dei contratti.

Il significato di questa impostazione emerge con chiarezza in uno dei passaggi più conosciuti della Ricchezza delle nazioni, spesso citato e altrettanto spesso frainteso: "Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per i propri interessi. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo".

Questo passo costituì un’osservazione realistica sul funzionamento degli scambi in una società commerciale. In un’economia di mercato, i rapporti economici si fondavano prevalentemente sullo scambio di equivalenti, più che su relazioni personali di benevolenza.

La metafora della mano invisibile mostrò come la ricerca del profitto spingesse le imprese a produrre i beni richiesti dai consumatori, utilizzando le tecniche disponibili in modo efficiente e offrendo prezzi compatibili con la domanda.

Il macellaio vendeva la carne perché mirava a ottenere un guadagno; per riuscirvi, doveva però proporre un prodotto di qualità a un prezzo che i consumatori fossero disposti a pagare.

Il sistema dei prezzi trasmetteva così informazioni essenziali, coordinando decisioni individuali disperse senza il ricorso a un’autorità centrale.

Questi meccanismi potevano operare pienamente solo in un contesto di libera concorrenza, nel quale l’intervento dello Stato risultava limitato e circoscritto.

Nel liberalismo classico, il compito dello Stato consisteva principalmente nella tutela della sicurezza, nell’amministrazione della giustizia e nella garanzia del rispetto delle regole, configurando quello che venne definito “stato di polizia”, distinto dallo Stato assoluto di epoca precedente.

A queste funzioni si affiancarono, nel pensiero di Smith, altri compiti essenziali come la realizzazione di opere pubbliche che il mercato non avrebbe avuto incentivo a fornire autonomamente.

La teoria della mano invisibile divenne uno dei pilastri del pensiero economico liberale. Essa mise in evidenza come l’interazione degli interessi individuali, in un contesto concorrenziale, fosse in grado di coordinare efficacemente i processi economici a livello sociale.

Il coordinamento economico si configurò come un risultato spontaneo dell’interazione tra individui, piuttosto che come l’esito di una progettazione intenzionale.

I classici non offrirono tuttavia una rappresentazione idealizzata della società industriale. Adam Smith fu pienamente consapevole delle tensioni e degli squilibri che caratterizzavano il nuovo sistema economico, e analizzò criticamente il modo in cui i datori di lavoro, forti del loro potere economico e delle agevolazioni legali di cui beneficiavano, riuscivano a imporre le proprie condizioni ai lavoratori.

Smith riconobbe l’asimmetria di potere tra capitalisti e lavoratori, soprattutto in un contesto in cui questi ultimi disponevano di strumenti giuridici limitati per la difesa dei propri interessi.

Di fronte alla questione delle disuguaglianze generate dal sistema liberale, i classici sostennero che, nelle condizioni storiche date, i lavoratori avessero più da perdere che da guadagnare da un sovvertimento dell’ordine economico esistente.

La loro adesione al liberismo si fondò su una valutazione comparativa delle alternative disponibili. I classici ritennero che, nonostante le difficoltà e le tensioni sociali che lo accompagnavano, il sistema liberale fosse complessivamente vantaggioso in termini di efficienza economica.

In una prospettiva di lungo periodo, l’aumento della produttività e della ricchezza complessiva venne considerato il presupposto necessario per qualsiasi miglioramento duraturo delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.

I classici si posero infine l’obiettivo di costruire una vera scienza dell'economia, ispirandosi al modello delle scienze naturali, che in quel periodo conoscevano una fase di straordinario sviluppo, come dimostrava l'impatto della fisica newtoniana.

Essi cercarono di formulare leggi generali capaci di spiegare il funzionamento dell’economia di mercato in un contesto di libera concorrenza.

Per Adam Smith, tale impostazione apparve naturale, poiché rifletteva una caratteristica fondamentale della natura umana: la propensione allo scambio.

L’economia classica si configurò così come un tentativo di comprendere l’ordine che si formava spontaneamente dalle interazioni economiche, piuttosto che come un progetto normativo di ingegneria sociale.


La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica

4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno

5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti

6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo

8. L'economia classica: La distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero

15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale

16. Karl Marx: La teoria del valore

17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico

18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto

19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista

20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista

21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità

22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher

23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità

24. La Scuola Storica Tedesca di economia

25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale

26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano

27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico

28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta

29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises

30. La Scuola Austriaca di economia: Mises e la scienza dell’azione umana. Libertà, mercato e conoscenza

31. La Scuola Austriaca di economia: Hayek e i limiti della ragione: libertà, conoscenza e ordine spontaneo

32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione

33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità

34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia

35. Piero Sraffa

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