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L'economia classica e la teoria della distribuzione del reddito

L'economia classica e la teoria della distribuzione del reddito


05Feb2026

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico
Prima pubblicazione: 04 Dicembre 2023

«So distribution should undo excess, and each man have enough».

[King Lear, Act 4, Scene 1]

William Shakespeare

Nell’analizzare la distribuzione del reddito, gli economisti classici distinguono due momenti concettualmente separati, oggi indicati come distribuzione primaria e distribuzione secondaria, che rispondono a logiche economiche differenti, eppure strettamente collegate.

La fase primaria concerne i redditi che prendono forma direttamente all’interno del processo produttivo, assegnati ai soggetti che partecipano alla produzione e a coloro che mettono a disposizione i fattori produttivi.

In questa categoria rientrano i salari percepiti dai lavoratori, i profitti spettanti ai detentori di capitale e le rendite fondiarie incassate dai proprietari terrieri.

La somma di queste tre componenti costituisce il reddito nazionale, inteso come il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti in un determinato paese in un dato periodo di tempo.

Possiamo immaginare il reddito nazionale come una grande torta che viene sfornata ogni anno: la teoria classica della distribuzione si propone di spiegare i criteri economici che determinano l’ampiezza delle fette assegnate a ciascuno dei tre gruppi sociali coinvolti nella produzione.

Tale visione riflette una concezione fortemente strutturata della società, organizzata attorno a classi economiche definite dal ruolo svolto nel sistema produttivo e dalla fonte del reddito percepito.

La distribuzione del reddito diventa quindi uno strumento essenziale per comprendere il funzionamento dell’economia e i conflitti tra gruppi portatori di interessi differenti.

La distribuzione secondaria fa invece riferimento ai processi attraverso i quali una parte del reddito originariamente generato viene riallocata all’interno della società, tramite strumenti istituzionali quali la tassazione, la spesa pubblica e i trasferimenti monetari.

Questi meccanismi consentono di modificare la distribuzione iniziale dei redditi, sostenendo individui e gruppi che non partecipano direttamente alla produzione materiale, come i disoccupati, gli anziani o i funzionari pubblici.

Pur non occupando una posizione centrale nell’analisi degli economisti classici, la distribuzione secondaria contribuisce a chiarire il rapporto tra struttura economica e assetto sociale complessivo.

Indice

  1. Le tre classi sociali e la natura del conflitto distributivo
  2. La legge bronzea dei salari e il livello di sussistenza
  3. La rendita fondiaria: l’origine del reddito dei proprietari terrieri
  4. Il profitto: la quota residuale e il motore dell’accumulazione

1. Le tre classi sociali e la natura del conflitto distributivo

In generale, i redditi primari individuati dagli economisti classici possono essere ricondotti a due grandi categorie: i redditi da lavoro, identificati nei salari, e i redditi da proprietà, che comprendono profitti e rendite.

Questa classificazione, apparentemente semplice, acquista pieno significato solo se viene inserita all’interno della visione sociale propria dell’economia classica.

Per comprenderla, risulta necessario accantonare l’immagine dell’individuo economico isolato, tipica dell’analisi moderna, e ragionare invece in termini di classi sociali nettamente definite, ciascuna associata a una specifica funzione nel processo produttivo e a una particolare fonte di reddito.

Il sistema economico viene quindi interpretato come un insieme di rapporti strutturati tra gruppi sociali, e non come la somma di decisioni individuali.

I classici individuano tre classi che occupano posizioni distinte nel processo di produzione e distribuzione del reddito:

  1. I lavoratori, che dispongono esclusivamente della propria forza lavoro e ottengono il reddito sotto forma di salario.
  2. I capitalisti, che possiedono il capitale monetario e i mezzi di produzione necessari per avviare e sostenere l’attività produttiva, pur senza detenere necessariamente la terra.
  3. I proprietari terrieri, che controllano la risorsa naturale per definizione limitata, la terra, e percepiscono una rendita per il suo utilizzo.

La figura dell’imprenditore non assume un’autonomia teorica distinta: in Adam Smith e David Ricardo, l’imprenditore tende a coincidere con il capitalista stesso oppure appare come un soggetto che agisce per conto del capitalista, ricevendo una remunerazione assimilabile a un salario.

L’analisi di Smith e Ricardo si differenzia nettamente da quella proposta successivamente da Jean-Baptiste Say.

Quest’ultimo introduce una distinzione esplicita tra il capitalista, fornitore dei fondi e portatore del rischio finanziario, e l’imprenditore, responsabile del coordinamento dei fattori produttivi e delle decisioni organizzative.

Tale separazione concettuale contribuisce a ridefinire il problema della distribuzione e apre la strada all’impostazione neoclassica dell’analisi della produzione, fondata sulla remunerazione dei fattori in base alla loro produttività marginale.

Nel quadro classico, invece, i redditi da proprietà vengono interpretati come quote prelevate dal valore creato nel processo produttivo.

In particolare, Smith sostiene che il prodotto del lavoro costituisca la base originaria del valore, mentre profitti e rendite corrispondono alle parti del prodotto che restano disponibili dopo il pagamento dei salari.

Il profitto rappresenta dunque ciò che rimane al capitalista una volta remunerato il lavoro, mentre la rendita fondiaria deriva dal controllo esclusivo di una risorsa scarsa.

Ne deriva una concezione conflittuale della distribuzione del reddito: poiché il prodotto sociale complessivo viene considerato, nel breve periodo, come dato, l’aumento della quota destinata a una classe si riflette inevitabilmente in una riduzione delle quote spettanti alle altre.

Se la torta ha dimensioni determinate, una fetta più ampia per i proprietari terrieri o per i lavoratori si traduce in una fetta più contenuta per i capitalisti, e viceversa.

La teoria della distribuzione classica si configura così come un’analisi dei rapporti di forza tra classi sociali.

2. La legge bronzea dei salari e il livello di sussistenza

Per Adam Smith e David Ricardo, il salario è determinato dall’interazione tra domanda e offerta di lavoro, secondo una dinamica che tende a far oscillare il salario di mercato attorno a un valore di riferimento più profondo, definito salario naturale.

Quando la domanda di lavoro supera l’offerta disponibile, il salario di mercato tende a collocarsi al di sopra del salario naturale; quando, al contrario, l’offerta di lavoro eccede la domanda, il salario di mercato si muove verso livelli inferiori.

Comprendere la natura di questo salario “naturale” risulta essenziale per cogliere il significato della teoria classica della distribuzione.

Secondo i classici, il lavoro viene trattato come una merce e, come ogni altra merce, presenta un costo di produzione.

Tale costo coincide con il livello di sussistenza dei lavoratori, cioè con l’insieme dei beni e dei mezzi necessari affinché essi possano mantenersi in vita e garantire la riproduzione della forza lavoro nel tempo.

Il salario naturale corrisponde quindi a una retribuzione appena sufficiente a consentire la sopravvivenza dei lavoratori e la stabilità demografica della popolazione.

Come già anticipato nell’articolo precedente, questa concezione conduce alla formulazione della cosiddetta legge bronzea dei salari, sviluppata in modo particolarmente rigoroso da Ricardo e profondamente influenzata dal principio di popolazione elaborato da Thomas Robert Malthus.

Secondo Ricardo, un salario di mercato inferiore al livello di sussistenza genera condizioni di vita tali da ridurre l’offerta di lavoro attraverso fenomeni come l’aumento della mortalità, la diffusione delle malattie e la denutrizione.

Un salario di mercato superiore al livello di sussistenza produce invece effetti di segno opposto nel medio-lungo periodo.

Il miglioramento delle condizioni materiali favorisce la crescita demografica, ampliando l’offerta di lavoro e esercitando una pressione al ribasso sui salari.

Attraverso questo meccanismo, il sistema tende a ricondurre il salario di mercato verso il livello di sussistenza, che rappresenta il fulcro della dinamica salariale nella teoria classica.

Adam Smith condivide l’idea di un legame stretto tra salari e condizioni materiali di esistenza dei lavoratori, ma propone una lettura più articolata del processo di determinazione salariale.

L’attenzione si sposta, in questo caso, sui rapporti di forza che caratterizzano il mercato del lavoro: Smith osserva che i datori di lavoro costituiscono un gruppo numericamente ristretto, dotato di maggiori risorse e capace di coordinare i propri comportamenti, anche in modo informale.

I lavoratori, al contrario, sono numerosi, frammentati e spesso ostacolati dalla legge nella possibilità di organizzarsi collettivamente.

Il livello dei salari riflette anche una dimensione istituzionale e politica del conflitto distributivo: per Smith, la capacità di coordinamento dei datori di lavoro e la debolezza contrattuale dei lavoratori contribuiscono a mantenere i salari su livelli contenuti.

Come egli stesso scrive, «i padroni sono ovunque in una sorta di tacita, ma costante e uniforme, combinazione per non elevare i salari al di sopra del loro livello attuale».

Il salario appare così come il risultato di una tensione permanente tra forze economiche e rapporti di potere sociali.

3. La rendita fondiaria: l’origine del reddito dei proprietari terrieri

Paul Gauguin, Working the land (1873)

Nell’economia classica, la rendita fondiaria viene interpretata come una quota del prodotto sociale che i proprietari terrieri riescono a ottenere grazie al controllo esclusivo della terra, una risorsa naturale intrinsecamente limitata.

Adam Smith descrive la rendita come un esborso che grava sul prodotto del lavoro, assimilabile a un prezzo di monopolio, poiché i proprietari esercitano un potere esclusivo su un fattore produttivo non riproducibile.

In una celebre osservazione dal tono polemico, Smith afferma che i proprietari terrieri “amano raccogliere dove non hanno mai seminato”, sottolineando il carattere passivo di questo reddito.

La trattazione smithiana della rendita presenta però alcune ambiguità teoriche, soprattutto per quanto riguarda il suo rapporto con la formazione dei prezzi agricoli.

Per questa ragione, l’elaborazione più compiuta della teoria classica della rendita viene generalmente attribuita a Thomas Robert Malthus e, in modo ancor più sistematico, a David Ricardo, che ne fornisce una formulazione rigorosa e coerente all’interno della propria teoria della distribuzione.

Ricardo sviluppa la teoria della rendita differenziale per spiegare l’origine del reddito dei proprietari terrieri a partire dalle differenze di fertilità e di produttività dei suoli.

Il punto di partenza dell’analisi è il terreno marginale, ossia il terreno meno fertile che risulta comunque necessario coltivare per soddisfare la domanda di prodotti agricoli.

Su questo terreno, il valore del prodotto è appena sufficiente a coprire i costi di produzione e a garantire un profitto normale al capitalista agricolo: non genera, quindi, alcuna rendita fondiaria.

I terreni più fertili, invece, consentono di ottenere una quantità maggiore di prodotto a parità di capitale investito.

Tale differenza di produttività genera un surplus che non viene trattenuto dal capitalista agricolo, ma viene progressivamente assorbito dal proprietario fondiario sotto forma di rendita.

Il surplus prende il nome di rendita differenziale, poiché nasce dal confronto tra terreni caratterizzati da costi di produzione differenti.

Il meccanismo può essere illustrato ricorrendo a un esempio basato sulla produttività del grano, assumendo che il capitale investito – comprendente sementi, attrezzi e salari – sia identico per tutti i terreni.

Si considerino tre appezzamenti di terreno, indicati come A, B e C, sui quali un capitalista investe la stessa somma, pari a 100 sterline:

  • Terreno A (molto fertile): produce 100 quintali di grano.
  • Terreno B (fertilità media): produce 80 quintali di grano.
  • Terreno C (poco fertile): produce 60 quintali di grano.

In una fase iniziale, caratterizzata da una bassa popolazione, è sufficiente coltivare solo il terreno A.

L’offerta di grano è abbondante rispetto alla domanda e il prezzo di mercato si mantiene su livelli contenuti. In questa situazione, non si genera alcuna rendita fondiaria.

Con la crescita della popolazione, la produzione del terreno A diventa insufficiente. La coltivazione deve quindi estendersi al terreno B, meno fertile di A.

A parità di capitale investito, su B si ottiene una quantità minore di grano: il costo unitario è più elevato.

Affinché la coltivazione del terreno B risulti conveniente, il prezzo di mercato del grano deve aumentare fino a coprire i costi di produzione e il profitto normale dell’agricoltore.

A questo punto entra in gioco il meccanismo della rendita differenziale.

Sul mercato del grano esiste un prezzo unico, indipendente dal terreno in cui viene coltivato. Il prezzo adesso è più alto di prima, poiché solo a questo livello la coltivazione del terreno B diventa economicamente conveniente.

Il nuovo prezzo si applica, però, anche al grano prodotto sul terreno A: il fittavolo realizza un surplus rispetto a prima, che viene tuttavia assorbito dal proprietario fondiario.

Consapevole della maggiore fertilità della propria terra, il proprietario del terreno A aumenta infatti il canone d’affitto fino a incorporare interamente questo extra profitto: tale importo costituisce la rendita fondiaria.

Se la popolazione continua a crescere, si rende necessaria anche la coltivazione del terreno C, che diventa adesso il terreno marginale.

Il prezzo del grano torna a crescere. Si forma una rendita sul terreno B, mentre quella associata al terreno A aumenta ulteriormente.

Il terreno marginale continua a non generare rendita, poiché il suo prodotto riesce a malapena a coprire i costi di produzione e il profitto normale.

Per Ricardo, il terreno marginale svolge un ruolo decisivo: il prezzo naturale del grano viene determinato esclusivamente dalle condizioni di produzione del terreno peggiore ancora in uso.

La rendita non entra quindi nella determinazione del prezzo, ma ne è una conseguenza.

Nel caso illustrato, la rendita del terreno A corrisponde alla differenza di produttività rispetto al terreno C, pari a 40 quintali di grano (100 − 60).

La rendita fondiaria viene definita “differenziale” proprio perché nasce dalle differenze nei costi di produzione tra il terreno marginale e i terreni inframarginali.

Per gli economisti classici, la rendita presenta le caratteristiche di un prezzo di monopolio: i proprietari dei terreni migliori ottengono un reddito grazie al controllo di una risorsa scarsa. Il terreno marginale resta escluso da questo meccanismo.

Le implicazioni teoriche dell’analisi ricardiana sono di ampia portata: la rendita fondiaria deriva dalla scarsità relativa delle risorse di qualità superiore e resta distinta dal processo di formazione del prezzo dei beni agricoli.

La sua analisi anticipa uno dei principi fondamentali della teoria economica successiva: il prezzo di mercato di un bene tende a essere determinato dal costo di produzione del produttore meno efficiente, la cui offerta risulta necessaria per soddisfare la domanda.

A partire da questo livello di prezzo si origina la rendita dei terreni di qualità superiore: non è quindi il prezzo del grano a risultare elevato a causa della rendita me è, invece, la rendita a formarsi a causa dell’elevato prezzo del grano.

Molti economisti riconoscono nella teoria classica della rendita differenziale una formulazione embrionale del principio del prezzo al costo marginale, destinato a diventare un elemento essenziale dell’economia neoclassica.

4. Il profitto: la quota residuale e il motore dell’accumulazione

Se la rendita fondiaria è legata alle caratteristiche naturali della terra e i salari gravitano attorno al livello di sussistenza dei lavoratori, il problema che rimane da risolvere è l’origine del profitto.

Nell’economia classica, e in particolare nel pensiero di David Ricardo, il profitto si configura come una grandezza residuale del processo distributivo.

Riprendendo la metafora del reddito nazionale come una torta prodotta annualmente dall’economia, la sequenza distributiva può essere descritta nel modo seguente:

  1. Una parte del prodotto viene assegnata ai proprietari terrieri sotto forma di rendita.
  2. Un’altra parte viene destinata ai lavoratori come salario, in misura coerente con il livello di sussistenza.
  3. La quota residua spetta ai capitalisti sotto forma di profitto.

Vediamo perché questa caratteristica conferisce alla teoria ricardiana un orientamento pessimista rispetto alle prospettive di lungo periodo del capitalismo.

Con il progresso economico e la crescita della popolazione, la coltivazione si estende a terreni via via meno fertili: l’utilizzo di terre di qualità inferiore causa un aumento del prezzo dei beni agricoli, in particolare del grano, che rappresenta una componente essenziale del consumo dei lavoratori.

L’aumento dei prezzi alimentari aumenta la rendita fondiaria e amplia la quota di reddito destinata ai proprietari terrieri.

Il rincaro del cibo esercita però una pressione sui salari monetari: per preservare il livello di sussistenza reale dei lavoratori, i salari devono aumentare in termini nominali.

L’effetto combinato di salari e rendite più alti riduce la quota di reddito destinata ai profitti.

Qui si colloca la principale preoccupazione di Ricardo: poiché l’accumulazione del capitale dipende dai profitti, la loro compressione indebolisce l’incentivo a investire.

Nel lungo periodo, l’economia tende verso una situazione in cui i profitti risultano insufficienti a sostenere nuovi investimenti produttivi: questa configurazione viene definita stato stazionario ed è caratterizzata dall’arresto dell’accumulazione e della crescita economica.

Più che una crisi improvvisa, lo stato stazionario rappresenta l’esito graduale di forze strutturali interne al sistema economico.

Nel pensiero classico, la teoria della rendita e quella dei salari risultano strettamente intrecciate alla teoria del profitto.

L’analisi dell’origine e dell’evoluzione dei profitti consente così di comprendere il meccanismo dell’accumulazione del capitale, che sostiene la crescita economica.

Questo nesso verrà ripreso più avanti, approfondendo le implicazioni dinamiche della distribuzione del reddito nel capitalismo classico.


La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica

4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno

5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti

6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo

8. L'economia classica: La teoria della distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero

15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale

16. Karl Marx: La teoria del valore

17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico

18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto

19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista

20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista

21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità

22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher

23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità

24. La Scuola Storica Tedesca di economia

25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale

26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano

27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico

28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta

29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises

30. La Scuola Austriaca di economia: Mises e la scienza dell’azione umana. Libertà, mercato e conoscenza

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33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità

34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia

35. Piero Sraffa

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