Investimenti finanziari

Investimenti finanziari: il compendio dell'investitore


10Lug2019

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Andrea Investimenti finanziari 782 hits
Prima pubblicazione: 06 Dicembre 2018

«An investor without investment objectives is like a traveler without a destination».

Ralph Seger

Gli investimenti finanziari sono una materia molto complessa e coinvolgono importanti discipline come l'economia, la statistica e la psicologia.

Un investimento non potrebbe essere tale senza un certo grado di incertezza associato ai suoi possibili ritorni finanziari. Spesso però l'incertezza è ancora maggiore e comporta il dover mettere in conto anche il rischio di perdere una parte o la totalità del capitale investito. Il caso gioca sovente un ruolo importante sull'esito di un investimento finanziario. Purtroppo però il caso (spesso definito come fortuna o sfortuna), non è prevedibile ed è talvolta difficile da identificare addirittura a posteriori.

Internet è piena di decaloghi, regole, errori da evitare, dritte e consigli per gli investitori ma l’intenzione di questo articolo è di più ampio respiro: essere un compendio, continuamente arricchito da nuovi contenuti, con l'obiettivo di semplificare la comprensione dell’universo finanziario e del mondo degli investimenti. L’attenzione sarà indirizzata soprattutto verso Fondi, Sicav ed ETF perché di essi, almeno inizialmente, si occupa Dedalo Invest. Tuttavia non ci limiteremo a questi prodotti finanziari, anche perché l’idea è quella di crescere costantemente, includendo e discutendo di tutto ciò che possa essere utile ad un investitore.

Indice

  1. Capire il prodotto finanziario in cui si investe
  2. Diversificazione
  3. L'orizzonte temporale d'investimento
  4. La propensione al rischio
  5. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri
  6. È meglio investire nel mercato azionario o in quello obbligazionario?

1. Capire il prodotto finanziario in cui si investe

Capire il prodotto finanziario in cui si investe
Raffaello, La Scuola di Atene (1511), Musei Vaticani

«Where there is shouting, there is no true knowledge».

Leonardo da Vinci

La più importante regola da rispettare nel mondo della finanza è forse la seguente: un investitore non dovrebbe MAI impiegare il proprio denaro, i propri risparmi, in un prodotto finanziario di cui non ha pienamente compreso il funzionamento.

Per comprendere pienamente si intende l’avere ben chiaro in testa come un certo prodotto finanziario possa generare un rendimento, di quale entità, in quanto tempo e a quali condizioni. Capire significa essere chiari su quali sono i costi di quel prodotto finanziario ma anche conoscerne i meccanismi che possono portare a liquidarlo prima della sua naturale scadenza, se necessario. Capire significa aver compreso a fondo quali sono i rischi del mio investimento e, perché no, anche come e quanto l’intermediario finanziario e/o la banca guadagnino grazie al mio investimento. Capire, insomma, dovrebbe andare ben al di là del sapere se ho semplicemente investito in azioni o in obbligazioni, in una Sicav o in un ETF.

Ognuno dei punti appena elencati è talmente importante che meriterebbe una trattazione a parte. Perché capire un prodotto finanziario è così importante? In fondo un consulente o un promotore finanziario, o il responsabile della filiale della banca che abbiamo sotto casa dovrebbero servire proprio a questo: filtrare dall’universo dei prodotti finanziari esistenti proprio quelli che vanno a soddisfare nel miglior modo possibile le esigenze degli investitori. In un mondo ideale questo è ciò che dovrebbe effettivamente accadere.

Purtroppo nel mondo reale le cose non stanno così o, almeno, così non sono in molti casi: vuoi per mancanza di tempo, vuoi per pigrizia o disinteresse, vuoi per la fiducia riposta a torto o a ragione nella persona che lo consiglia, vuoi per il conflitto d’interesse che più o meno è inevitabilmente insito nel ruolo di coloro che invece dovrebbero assistere l’investitore in modo obiettivo, molto spesso questi finisce per impiegare i propri risparmi in prodotti che non conosce o la cui meccanica non è affatto chiara.

Si crea così quello che potremmo chiamare il paradosso del risparmiatore/investitore: il risparmiatore impiega molto tempo, anni o addirittura generazioni per risparmiare e poi, al momento di impiegare questo risparmio, invece di prendersi il tempo necessario a capire come farlo fruttare al meglio e su cosa sta veramente investendo, risolve la faccenda in modo sbrigativo o riponendo totale fiducia su una persona che magari ha appena conosciuto. La logica conseguenza è che non sono rari i casi di risparmi generati nel corso di anni o di decenni che sono stati o rischiano di essere dilapidati, in tutto o in parte, in tempi estremamente brevi.

2. Diversificazione

Diversificazione
Roger Fry, Still life: jug and eggs (1911), Art Gallery of South Australia

«The beauty of diversification is it's about as close as you can get to a free lunch in investing».

Barry Ritholtz

La diversificazione è un'altra regola fondamentale che si dovrebbe sempre rispettare quando si investe. Cosa vuol dire diversificare? Diversificare significa diminuire il rischio di una grossa perdita dovuta a una forte riduzione del prezzo dell'unico o dei pochi prodotti prodotti finanziari su cui ho investito i miei soldi. In altre parole, significa non mettere tutte le uova nello stesso paniere: vecchia saggezza popolare applicata alla finanza.

Esistono, in linea di massima, due livelli di diversificazione: il primo consiste nell'acquistare più prodotti finanziari non correlati linearmente. Una correlazione lineare il più possibile vicina a zero o addirittura negativa è importante perché, altrimenti, a poco servirebbe avere più prodotti in portafoglio: in caso di andamento negativo del mercato sottostante, tutti i prodotti finanziari, più o meno all'unisono (tanto più quanto più la correlazione si avvicina ad 1), ne risentirebbero negativamente.

Purtroppo non è facile individuare prodotti che non siano correlati linearmente. Spesso la cosa diventa impossibile o quasi: basti pensare ai mercati azionari. Questi, anche quando relativi a zone geografiche molto distanti, sono quasi sempre interconnessi: da qui la difficoltà di trovare, ad esempio, fondi azionari non correlati o correlati negativamente. Questo compito diventa più accessibile - e comunque non facile - quando si correlano linearmente determinati mercati azionari e obbligazionari, azionari e monetari etc. Diversificare in questo senso significa diminuire la volatilità del proprio portafoglio. In termini matematici diversificare il portafoglio significa ridurne la varianza dei rendimenti.

Il secondo livello di diversificazione è quello rappresentato dalla natura stessa dei prodotti finanziari che sono al centro dell'attenzione di Dedalo Invest: Fondi Comuni, Sicav ed ETF. Essi infatti sono composti da decine o centinaia di prodotti finanziari sottostanti. Possederne anche una sola quota, significa avere in portafoglio una piccola percentuale di ognuno di essi. 

Questo tipo di diversificazione è assolutamente cruciale per eliminare o quantomeno mitigare i danni dovuti, ad esempio, al fallimento di una società. È noto infatti che in caso di fallimento tutti gli azionisti, che sono per definizione i proprietari della società, vedrebbero scendere a zero il valore delle azioni presenti nel loro portafoglio. Estremizzando, un investitore che avesse il proprio patrimonio composto dalle sole azioni di quella società perderebbe tutto: il valore di quel patrimonio andrebbe improvvisamente a zero.

Naturalmente anche le azioni della società fallita che costituivano il sottostante di un fondo o di un ETF subirebbero lo stesso destino, ma con una importante differenza: quella società sarebbe soltanto una tra le decine o le centinaia che compongono il fondo stesso e il danno di quel fallimento sarebbe perciò minimo o fortemente limitato.

La diversificazione può anche essere intesa come una sorta di polizza di assicurazione che mi copre dal rischio di scegliere il prodotto finanziario sbagliato. Se acquisto un solo prodotto non diversifico (al limite, sfrutto soltanto il secondo livello di diversificazione visto poco sopra - e già non è poco) e, se non diversifico, il rischio del mio investimento cresce: se mi va bene, posso guadagnare di più rispetto ad un portafoglio diversificato. Ma se mi va male, sono guai seri.

Non tutti sono d'accordo sul fatto che la diversificazione sia la strada migliore da seguire. E' un argomento molto dibattuto ancora oggi, a distanza di oltre 65 anni dalla pubblicazione dell'articolo Portfolio Selection da parte di Harry Markowitz, il primo studioso a formalizzare matematicamente la nozione di diversificazione degli investimenti, che darà vita alla Teoria Moderna del Portafoglio (nel 1990 Markowitz vincerà il premio Nobel per l'Economia insieme a Merton Miller e William Sharpe).

Entrare nel merito delle critiche e delle argomentazioni in difesa della diversificazione va oltre lo scopo di questo articolo. Ma forse c'è lo spazio almeno per citare uno dei più famosi aforismi di Warren Buffett: "Wide diversification is only required when investors do not understand what they are doing". Tradotto in italiano suona più o meno così: "un'ampia diversificazione è necessaria soltanto quando gli investitori non capiscono quello che stanno facendo".

Warren Buffett ha ragione: si può guadagnare di più, anche molto di più, senza diversificare, a condizione di agire con cognizione di causa, di sapere esattamente le potenzialità ed il timing di crescita del prodotto finanziario che si sta comprando. Ma Warren Buffett è probabilmente il più grande investitore della storia ed ha dimostrato di sapere esattamente quello che stava facendo durante tutta la sua carriera di investitore. Ve la sentite di fare come lui? Siete sicuri di avere le sue conoscenze? Avete voglia di rischiare il vostro patrimonio finanziario o una parte di esso investendo in modo concentrato invece che diversificato? Siete sicuri di sapere che quel prodotto che volete acquistare crescerà più della media e lo farà proprio quando voi avrete deciso di acquistarlo?

Noi no. Non ci paragoniamo nemmeno lontanamente a Warren Buffett e preferiamo scegliere il percorso meno rischioso, pagando il prezzo della polizza di assicurazione che si chiama diversificazione. Pensiamo che sia la miglior strada da seguire anche da parte del 99,99% degli investitori.

Esistono tuttavia dei limiti e delle controindicazioni alla diversificazione. La diversificazione può essere un errore nei seguenti casi:

  • Inserimento nello stesso portafoglio di due o più prodotti finanziari dai rendimenti troppo correlati linearmente tra loro
  • Inserimento nello stesso portafoglio di così tanti prodotti finanziari (ad esempio più di 25–30, ma ogni caso andrebbe analizzato singolarmente) al punto che alcuni di essi non offrono più alcun beneficio nella diversificazione del rischio ma costituiscono soltanto un costo in più
  • Inserimento in portafoglio di prodotti finanziari "esotici", o particolarmente complicati o costosi, soprattutto se anche poco liquidi
  • L'obiettivo dell'investitore è dichiaratamente quello di ottenere risultati spettacolari, estremamente superiori alla media (invece che in linea alla media o di poco superiori a questa). In altre parole, la diversificazione è sconsigliata a chi vuole emulare le gesta di Warren Buffett e desidera concentrare il proprio investimento. Naturalmente, il rischio assunto sarà parimenti spettacolare (ovvero elevatissimo)

Più che la diversificazione, spesso è l'eccessiva diversificazione ad essere sbagliata.

Così come c'è chi la critica, esistono anche tanti economisti ed esperti di finanza che la sostengono. Sulle orme del già citato lavoro di Markowitz, l'importanza della diversificazione è quella di spostare l'ottica di osservazione dai singoli strumenti finanziari all'insieme degli strumenti che un investitore andrà a detenere. Non è importante il rischio del singolo strumento ma il suo contributo al rischio dell'intero portafoglio.

Chi lo desidera, può approfondire l'argomento leggendo l'articolo sulla Teoria Moderna del Portafoglio.

Se decidete di investire quindi, cercate sempre di farlo diversificando correttamente!

3. L'orizzonte temporale d'investimento

L'orizzonte temporale d'investimento
Salvador Dalì, La persistenza della memoria (1931), Museum of Modern Art

«La cosa più saggia è il tempo, perché tutto ricorda e svela».

Talete

Prima di investire dobbiamo essere chiari su quale sia il nostro orizzonte temporale d'investimento. Quello di orizzonte temporale non è tuttavia un concetto così semplice da definire come potrebbe sembrare.

Il significato generalmente attribuito alla nozione di orizzonte temporale è quello di periodo di tempo in cui non avremo bisogno della somma di denaro che andiamo ad investire. Essere chiari sul nostro orizzonte temporale di investimento è fondamentale per scegliere il prodotto finanziario corretto.

Se ad esempio sappiamo che non avremo bisogno della somma X per 15 anni (dovremo naturalmente aver già considerato come far fronte, senza aver necessità di disinvestire X, a tutte le spese ordinarie e straordinarie da sostenere nei prossimi 15 anni), potremo scegliere con relativa tranquillità di investire questa somma in un fondo azionario (dove per fondo si intende qui un fondo cumune, una Sicav o un ETF). Le azioni - e con loro i fondi azionari anche se in misura minore - hanno dei prezzi che possono subire delle forti oscillazioni ma, sulla base dell'esperienza del passato, potremo con ragionevole fondatezza aspettarci che tra 15 anni il valore del nostro investimento sia superiore a quello del capitale che ci apprestiamo ad investire.

La crescita non sarà costante e sarà molto probabilmente caratterizzata da alta volatilità ma, se la nostra analisi è stata onesta e siamo chiari che la somma X ci servirà solo tra 15 anni, potremo disinteressarci di queste oscillazioni. La somma investita non dovrà mai rappresentare l'intero capitale a nostra disposizione: sarebbe estremamente rischioso ritenere che per i prossimi 15 anni si possa far fronte a tutte le esigenze finanziarie con i soli redditi generati da oggi in poi.

Un caso diametralmente opposto si ha invece quando abbiamo la necessità di parcheggiare da qualche parte il nostro denaro solo per pochi mesi: se siamo consapevoli che tra breve dovremo comprarci un appartamento, sarebbe azzardato investire in un prodotto azionario: rischieremmo seriamente di trovarci, tra pochi mesi, senza la somma necessaria per l'acquisto. In questo caso è decisamente meglio accontentarsi di un rendimento molto basso ed investire su un fondo monetario o su un obbligazionario di breve termine. Oppure, perché no, lasciare quella somma liquida sul conto corrente o sul conto deposito.

Tutto semplice, almeno fin qui. Il problema è che, nella realtà, gli esempi appena visti sono dei casi limite. Molto più spesso un investitore si troverà nella situazione di aver bisogno del capitale investito (o parte di esso) tra 2, 3, 5 o magari 8 anni. Oppure, ancora peggio, non avrà la minima idea di quando gli servirà quel capitale. Nasce quindi l'esigenza della creazione di un portafoglio bilanciato, qui inteso come portafoglio suddiviso in varie porzioni, ognuna delle quali investita nel prodotto più consono ad ottenere, con una probabilità accettabile, il rendimento auspicato alle scadenze prestabilite. Che poi l'investimento venga valutato nel suo insieme, più che nelle singole porzioni separatamente, è un altro discorso.

La scelta del prodotto finanziario non può inoltre essere indipendente dalla propensione al rischio dell'investitore. L'orizzonte temporale può anche essere estremamente lungo ma, se la propensione al rischio dell'investitore è bassa, un fondo azionario non sarebbe comunque il prodotto giusto da scegliere. In caso di un ribasso di mercato, che in un mercato volatile come quello azionario potrebbe essere consistente, l'investitore sarebbe probabilmente preso dal panico e dalla voglia irrefrenabile di disinvestire ben prima che sia trascorso il tempo preventivato. Nella stragrande maggioranza dei casi sarebbe un grave errore.

Una volta valutato l'orizzonte temporale ed aver impiegato il capitale di conseguenza, l'investitore dovrà quindi attendere pazientemente i mesi o gli anni previsti: soltanto alla fine sarà in grado di quantificare il rendimento ottenuto e valutare la bontà (o l'inefficacia) dell'investimento effettuato. In questo lasso di tempo effettuare disinvestimenti improvvisati, quasi sempre dettati da perdite dovute a trend negativi del mercato, è sconsigliabile per più motivi:

  • Se ci si fissa un orizzonte temporale, il prodotto scelto è consono alla propensione al rischio e non si hanno necessità improvvise e inderogabili, disinvestire prematuramente è paragonabile al venir meno ad un impegno preso: non solo il risultato prefissato non viene raggiunto, ma non si può nemmeno recriminare più di tanto in quanto i patti non sono stati rispettati. Ben diverso dal non centrare l'obiettivo ed effettuare le dovute valutazioni in concomitanza con il raggiungimento dell'orizzonte temporale d'investimento.
  • Il timing di uscita è, in questi casi, quasi sempre sbagliato. Quando, ormai esasperato, l'investitore decide di uscire dal mercato, spesso il trend negativo è vicino alla sua fine. È alquanto probabile che il mercato inverta il trend e l'investitore partecipi da spettatore al successivo rialzo.
  • Il passato ha dimostrato che, soprattutto nei mercati volatili, è normale il verificarsi di periodi fortemente negativi, vuoi per la lunghezza del trend discendente, vuoi per l'entità del crollo. Tuttavia, se l'orizzonte temporale è coerente, il lasso di tempo d'investimento darà modo al mercato di riprendersi e all'investimento di tornare in territorio positivo. Questo è ciò che ci dice il passato e che, con buona probabilità si ripeterà anche in futuro. Buona probabilità quindi, mai certezza: un concetto questo che non deve mai essere dimenticato.

Ci possono essere delle eccezioni a quanto sopra: una necessità improvvisa e inderogabile (in questo caso il bisogno impellente da soddisfare è molto più importante dell'eventuale perdita subita dal disinvestimento anticipato); una strategia di investimento che preveda disinvestimenti al verificarsi di determinate condizioni (si badi bene però: tali condizioni devono essere definite prima di impiegare il capitale, mai dopo); un ribilanciamento del portafoglio; una riallocazione del portafoglio concordata con un esperto (se esperti non lo siamo in prima persona), nel caso in cui siano cambiate le esigenze finanziarie usate come criterio di definizione del portafoglio da riallocare.

Prima di investire, quindi, prendetevi sempre il tempo necessario per definire il corretto orizzonte temporale.

4. La propensione al rischio

La propensione al rischio
Jan van Hemessen, Risky society (c. 1545-1550)

«L'uomo non può scoprire nuovi oceani se non ha il coraggio di perdere di vista la riva».

André Gide

Rischio e rendimento vanno generalmente di pari passo: piacerebbe a tutti ottenere rendimenti alti assumendosi rischi bassi, ma il mondo finanziario purtroppo non funziona così.

La prima domanda da porci è: come si misura il rischio? Cercando di rispondere nel modo più semplice possibile, possiamo misurare il rischio con la volatilità di un prodotto finanziario. La volatilità non è altro che la varianza o la deviazione standard annualizzata calcolata sui rendimenti di quel prodotto finanziario. Si tende generalmente a preferire la deviazione standard perché di più facile lettura: ha la stessa unità di misura dei valori osservati mentre la varianza rileva il quadrato dell'unità di misura di tali valori.

Perché un prodotto finanziario più volatile è più rischioso? Perché la volatilità aumenta all'aumentare dell'ampiezza e della frequenza delle variazioni verso l'alto e verso il basso dei rendimenti dei prodotti finanziari (a volte sono dei veri e propri sbalzi repentini). Se le variazioni verso l'alto sono benvenute, quelle verso il basso rappresentano il più grande pericolo per gli investitori: se decidessi di liquidare il mio investimento in un momento futuro, scelto casualmente, la loro ampiezza e la loro frequenza avrebbero un impatto sulla probabilità di chiudere quell'investimento in territorio negativo.

Esistono determinati prodotti, tipo i fondi monetari, che comportano ampiezze e frequenze delle variazioni dei loro rendimenti verso il basso davvero minime. Ecco, questi sono i prodotti meno rischiosi perché seguendo il ragionamento di prima, avrei una probabilità molto bassa che il momento futuro (casuale) in cui liquiderò l'investimento non avvenga in concomitanza di una variazione positiva (frequenza bassa delle variazioni negative) e, se questo dovesse avvenire, avrei una probabilità molto bassa che tale variazione sia di entità rilevante (ampiezza contenuta delle variazioni negative).

Il discorso diametralmente opposto è valido per i fondi azionari. Questo fenomeno è all'origine della caratterizzazione dei fondi monetari come poco volatili e di quelli azionari come molto volatili, nonché delle mille sfumature intermedie che vengono associate a tutti gli altri tipi di fondi (ed anche all'interno delle categorie stesse dei fondi monetari o azionari). Ed ecco perché si sente sempre dire, giustamente, che i fondi monetari sono poco rischiosi mentre quelli azionari sono molto rischiosi.

I mercati finanziari, storicamente, tendono a crescere col trascorrere del tempo. Naturalmente alcuni crescono più velocemente di altri, ma la loro natura deve far sì che tutti, nel lungo termine, seguano un cammino che ne faccia aumentare il valore. Questo valore può essere espresso da un prezzo o da un numero rappresentativo dell'insieme dei prodotti sottostanti a quel mercato. Se così non fosse, se un certo mercato finanziario non dimostrasse una potenzialità di crescita (che poi questa si tramuti in realtà e soprattutto quando lo faccia non è facile da prevedere), nessun investitore sarebbe disposto a metterci dei soldi e quel mercato finanziario scomparirebbe.

Perché i prospetti informativi dei fondi suggeriscono delle durate di investimento minime che cambiano a seconda del tipo di fondo? Proprio in ragione del fatto che ogni mercato finanziario, pur propendendo a crescere, si prende delle "pause" da questo suo trend intrinseco (pause che, è bene ripetere, variano nella frequenza e nella durata) e il tempo minimo di investimento suggerito dai gestori di fondi è proprio quello che "ottimizza" la probabilità per cui, l'investitore che decidesse di disinvestire da quel prodotto finanziario, andrebbe a chiudere l'investimento in perdita.

Il tempo minimo di investimento è il risultato di un trade-off originato dai seguenti elementi:

  • Per aumentare la probabilità di chiudere un investimento in attivo devo rimanere il più a lungo possibile nel mercato, affinché il trend crescente mi garantisca che, se anche disinvestissi in un periodo negativo, la crescita avvenuta in questo frattempo mi permetta di chiudere l'investimento ad un prezzo comunque maggiore di quello di partenza.
  • D'altra parte, più questo periodo è lungo e meno un investimento è appetibile: la natura umana è tale da farci preferire un investimento che possa far guadagnare in modo soddisfacente il prima possibile.

Alla luce di questo trade-off, è bene non scordarsi mai che i tempi minimi di investimento sono soltanto dei suggerimenti; non c'è alcuna certezza che vengano rispettati e per questo motivo andrebbero verificati, quando possibile, con analisi proprie.

Qui entra in gioco la propensione al rischio. In linea con quanto visto finora possiamo definire la propensione al rischio come la personale capacità di tollerare investimenti che, a causa della loro volatilità, si trovino in territorio negativo. Sia l'entità che la lunghezza del periodo di una perdita potenziale sono elementi che hanno un impatto psicologico più o meno grande sull'investitore, proprio in ragione della sulla propensione al rischio.

Meno un investitore è capace di tollerare che il suo portafoglio stia subendo una perdita potenziale (potenziale perché è ancora sulla carta: nel momento in cui liquidasse l'investimento in perdita, essa diventerebbe reale) e meno elevata è la propensione al rischio di quell'investitore. Meno elevata è la propensione al rischio e più un investitore dovrebbe concentrarsi sull'acquisto di prodotti finanziari poco volatili. In caso contrario, è molto probabile che si verrà a trovare in una situazione in cui il suo punto di saturazione (di tolleranza di una perdita) sarà raggiunto: poiché la paura che tale perdita si amplifichi ulteriormente prenderà il sopravvento, l'investimento verrà liquidato, anche molto prima di quello che era l'orizzonte temporale inizialmente stabilito per l'investimento. In perdita quindi, e prima del tempo previsto. Esattamente l'opposto di quello che era il suo obiettivo iniziale: liquidare al momento giusto guadagnando.

Se il vostro portafoglio non vi lascia tranquilli, significa che una di queste due cose sta accadendo:

  • Avete scelto un investimento dal profilo di rischio troppo elevato (rispetto alla vostra propensione al rischio)
  • La somma investita è per voi troppo alta

In questi casi è difficile dare un consiglio generico, una soluzione univoca, ma quasi sicuramente si dovrà intervenire per cercare di limitare almeno uno di questi due fenomeni.

Se decidete di investire, fate quindi sempre attenzione a definire nel modo più onesto possibile la vostra propensione al rischio. Vi eviterà di attraversare periodi di forte stress emotivo quando i mercati finanziari non andranno nella direzione auspicata.

5. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri

I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri
Johannes Vermeer, Astronomo (1668), Museo del Louvre

«I never think of the future - it comes soon enough».

Albert Einstein

In tutti i siti finanziari, in tutti i materiali pubblicitari e in tutta la contrattualistica di prodotti finanziari, in tutti i KIID dei fondi (Key Investor Information Document) e in tutti i report finanziari emessi da banche o SIM, è facile imbattersi nel seguente avvertimento: "I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri". Talvolta, più che un semplice avviso, suona quasi come un'intimidazione, un'affermazione che sembra abbia la sola finalità di lasciare il lettore o l'investitore in preda all'incertezza.

Se i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri allora quali altri parametri dobbiamo prendere in considerazione per avere un'idea di ciò che accadrà in futuro?

In realtà questa non è la domanda corretta da porsi. Chiediamoci invece se sia possibile conoscere i rendimenti futuri: la risposta è ovviamente negativa. Non possiamo predire il futuro e, di conseguenza, non possiamo sapere oggi il rendimento del nostro investimento fra un anno, fra un mese e nemmeno quello di domani. Non solo non possiamo predire: il monito "I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri" sembra toglierci anche la speranza di avere almeno un'indicazione, un'idea di quelli che potrebbero essere i rendimenti del nostro investimento in futuro.

Il futuro sarebbe dunque sconosciuto e l'analisi dei rendimenti passati (o di qualsiasi altro parametro) sembrerebbe essere soltanto una perdita di tempo: essi non conterrebbero informazione.

In realtà, a meno di non essere dei sostenitori dell'efficienza dei mercati in forma forte, il passato qualche informazione sembra fornirla. È un'informazione difficile da individuare, ma che talvolta potrebbe essere rivelata con l'ausilio di sofisticate tecniche di analisi quantitativa o fondamentale. È un'informazione che non ci offre certezze ma ci consente almeno di identificare degli scenari probabilistici.

Se ci pensiamo bene, ogni decisione umana è basata sul passato. Gli investitori, gli analisti ed i consulenti finanziari non costituiscono un'eccezione: in un modo o in un altro, basano le loro scelte finanziarie sui rendimenti passati. L'importante è non agire ingenuamente: siccome il fondo xyz ha avuto un rendimento positivo negli ultimi 2 anni allora lo compro, perché sono convinto che il suo trend di crescita continuerà anche quest'anno. In fin dei conti non c'è due senza tre... Sarebbe troppo semplice; vorrebbe dire che i rendimenti passati non solo contengono informazione, ma che questa sia facilmente reperibile. Non è così e l'ammonimento che recita che "I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri" ha lo scopo di ricordare all'investitore che nei mercati finanziari spesso succede quello che meno ci si aspetta.

Anche la scelta di un fondo al posto di un altro, solo perché ha avuto un rendimento migliore in passato, non assicura l'ottenimento dello stesso risultato in futuro. I rating che vengono assegnati ai fondi, quantificati in numero di stelle, voti o quant'altro, possono essere utili per misurare le performance passate, ma non dicono quasi niente sul futuro. Scegliere un fondo sulla base del suo rating può causare spiacevoli sorprese.

Esiste anche un altro motivo per cui questo avvertimento lo troviamo così spesso un po' da tutte le parti: è un disclaimer, ovvero una dichiarazione di esclusione di responsabilità. I siti, gli analisti e i consulenti finanziari non possono essere ritenuti responsabili delle eventuali perdite degli investitori. In questo senso, Dedalo Invest non fa eccezione e anche sul nostro sito esiste una pagina di disclaimer apposita. Un più breve disclaimer è invece presente nella parte bassa di ogni pagina del sito.

Lo scopo di questi soggetti è quello di informare, analizzare o consigliare l'investitore dopo averlo messo in guardia dai rischi intrinseci dei mercati finanziari. Se poi questi ultimi non prendono la direzione auspicata, se non si avvera lo scenario probabilistico desiderato, non è da imputarsi a loro (a meno che non abbiano agito con dolo, ma questa è tutta un'altra storia).

Se decidete di investire è perché desiderate ottenere un rendimento positivo, ma non dimenticatevi mai che "I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri". Ogni volta che incontrerete questo disclaimer ricordatevi che il suo scopo è quello di tutelare al tempo stesso chi lo scrive e chi lo legge.

In qualità di investitori aspettatevi il meglio, ma siate pronti a far fronte al peggiore degli scenari.

6. È meglio investire nel mercato azionario o in quello obbligazionario?

È meglio investire nel mercato azionario o in quello obbligazionario?
Maurice Prendergast, Italian flower market (1898)

«The market is not an invention of capitalism. It has existed for centuries. It is an invention of civilization».

Michail Gorbačëv

Non esiste una risposta univoca a questa domanda: se sia meglio investire in azioni o in obbligazioni dipende da molti fattori (tralasceremo per semplicità i diversi tipi di mercati azionari ed obbligazionari, ognuno con le sue intrinseche caratteristiche).

In primo luogo il mercato azionario è più volatile, ovvero rischioso, di quello obbligazionario. Il mercato azionario, però, ha storicamente generato dei rendimenti medi superiori a quello obbligazionario. È quindi lecito ritenere che i suoi rendimenti attesi siano superiori. La cosa non deve stupire: a fronte di un maggior rischio nessuno sarebbe disposto ad investire in azioni (piuttosto che in obbligazioni), se non avesse una speranza di guadagno superiore rispetto a chi investe in mercati meno rischiosi.

Quando si parla di volatilità, si fa generalmente riferimento alla volatilità dei rendimenti di un prodotto finanziario. Un prodotto finanziario X è più o meno volatile di un prodotto Y se la varianza (o la deviazione standard) dei rendimenti di X è superiore o inferiore a quella di Y. La varianza e la deviazione standard sono delle misure statistiche che sono tanto maggiori quanto più le serie storiche che vengono misurate (nel nostro caso i rendimenti) oscillano intorno alla media. E, naturalmente, ipotizzando per semplicità un rendimento giornaliero medio pari a zero (o di pochissimo superiore), più i rendimenti oscilleranno intorno a questo valore e più vorrà dire che assumeranno valori estremamente positivi o negativi.

Ora, siccome parliamo di rendimenti, un investitore non avrà alcun problema se il rendimento del prodotto finanziario su cui ha investito assumerà un valore percentuale positivo o molto positivo. Anzi, ne sarà ben felice. Il problema nascerà quando il valore assunto dal rendimento sarà negativo o molto negativo: l'investitore sarà probabilmente assalito da stress, paura, delusione ed altre sensazioni non proprio piacevoli, che potrebbero avere addirittura conseguenze sulla continuazione dell'investimento stesso.

Non ci addentreremo nel vasto mondo della finanza comportamentale in questo contesto: basti sottolineare che la volatilità di un prodotto finanziario andrebbe innanzitutto conosciuta (almeno in termini relativi) e poi presa seriamente in considerazione. Talvolta la volatilità è una variabile addirittura più importante dello stesso rendimento atteso anche se, in pratica, non sempre le viene assegnato il giusto ruolo.

I mercati azionari hanno rendimenti attesi e volatilità più alti dei mercati obbligazionari. La più elevata volatilità delle azioni ci permette quindi di affermare che nel breve/medio termine è molto difficile sapere (in termini probabilistici) dove si posizionerà il rendimento atteso delle azioni che abbiamo acquistato. Allungando il periodo di riferimento, invece, la probabilità di ottenere un rendimento finale positivo crescerà.

Le conseguenze che possono essere tratte sono le seguenti (disclaimer: le durate in anni qui di seguito riportate sono da intendersi in senso puramente generico ed approssimativo; ogni investitore dovrà valutare il proprio caso a livello individuale):

  • Se l'orizzonte temporale del nostro investimento è di lungo termine (almeno 10 anni), le azioni (o uno o più fondi azionari) sono la scelta più giusta
  • Se l'orizzonte temporale è di breve termine (diciamo fino a 3-5 anni), le obbligazioni (o uno o più fondi obbligazionari) possono rappresentare la scelta migliore. Naturalmente, più l'orizzonte è breve e più si dovrà optare per obbligazioni meno volatili
  • Nel caso intermendio (5–10 anni) si potrà optare per un portafoglio bilanciato, dove il peso delle azioni nel portafoglio sarà tanto maggiore quanto più lungo sarà l'orizzonte temporale

L'orizzonte temporale di investimento non è tutto. Si dovrà tenere anche in debito conto la propensione al rischio dell'investitore. La propensione al rischio è individuale ed ognuno dovrebbe valutare la propria nel modo più obiettivo possibile (spesso è difficile farlo, almeno fin quando non si prova sulla propria pelle l'effetto di un investimento che attraversa una fase critica).

Se ho un orizzonte temporale di lungo periodo ma ho una propensione al rischio estremamente bassa, un portafoglio azionario (o bilanciato aggressivo), pur essendo una soluzione teoricamente giusta, potrebbe nel mio caso non essere la scelta corretta. Questo perché, nel lungo termine, è altamente probabile che il mio portafoglio attraversi almeno una fase critica, che a causa della mia bassa propensione al rischio mi farà entrare in uno stato di panico e stress che potrebbe portarmi a liquidare l'investimento nel momento peggiore.

Viceversa, una forte propensione al rischio con un orizzonte temporale breve potrebbe spingermi a rischiare troppo. Psicologicamente potrei far fronte ai momenti critici ma, a livello pratico, potrei ritrovarmi al termine del periodo con una perdita o un mancato guadagno (a poco mi servirà la mia forza psicologica se in quel momento dovrò liquidare in perdita o con un guadagno minore di quello che avrei potuto ottenere costruendo un portafoglio più appropriato). In altre parole, ho spinto all'estremo la rischiosità del mio investimento fino a trasformarlo in una specie di scommessa (che in questo caso sarebbe stata persa).

Investire è un'attività complessa. Richiede l'analisi approfondita di molte variabili (non soltanto quelle elencate poco sopra).

Un'accurata analisi permetterà di scegliere correttamente se investire in un mercato azionario, obbligazionario o bilanciato.

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