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Schumpeter e il destino del capitalismo moderno: innovazione, crisi e democrazia

Capitalismo, socialismo e democrazia di Schumpeter: distruzione creatrice, crisi del capitalismo e teoria della democrazia


15Feb2026

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico
Prima pubblicazione: 15 Febbraio 2026

«Il processo di distruzione creativa è il fatto essenziale del capitalismo».

Joseph A. Schumpeter

Capitalismo, socialismo e democrazia è uno dei testi più importanti di Joseph Schumpeter e dell'intero XX secolo, costituendo un punto di riferimento essenziale per comprendere il rapporto tra economia, istituzioni e politica nel capitalismo moderno.

Il libro affronta il funzionamento del sistema capitalistico come processo storico, sociale e istituzionale, proponendo un'analisi che supera i confini della teoria economica in senso stretto.

Questo articolo ricostruisce i passaggi fondamentali dell'opera, mettendone in luce la struttura argomentativa, le implicazioni teoriche e i principali nodi critici.

L'obiettivo è offrire una lettura chiara e coerente di un testo complesso, evidenziandone l'attualità nel dibattito contemporaneo.

Indice

  1. Introduzione: l’opera nella storia del pensiero economico e politico
  2. Il motore del capitalismo: distruzione creatrice e concorrenza nell’era delle grandi imprese
  3. L’inevitabilità del socialismo: l’erosione del capitalismo dal suo interno
  4. Democrazia e stato fiscale: competizione politica e mercato dei voti
  5. Limiti, attualità ed eredità dell’analisi schumpeteriana

1. Introduzione: l’opera nella storia del pensiero economico e politico

Pubblicato nel 1942, in un mondo sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale, Capitalismo, socialismo e democrazia è un’opera che unisce sociologia storica, filosofia politica e analisi istituzionale, trascendendo i confini di un semplice trattato di economia.

L’opera nasce in un momento storico in cui il capitalismo liberale appare assediato su più fronti: dalla pianificazione bellica, dall’esperienza sovietica, dalla Grande crisi degli anni Trenta e dall’ascesa dei totalitarismi europei.

Questo contesto attraversa l'intera struttura argomentativa del libro.

A differenza di Keynes, concentrato sulla gestione macroeconomica del capitalismo esistente, Schumpeter indaga la traiettoria storica di lungo periodo del sistema.

Rispetto alla Scuola Austriaca, da cui proviene, si distingue per l'attenzione alle strutture sociali, politiche e culturali che avvolgono il processo economico.

In quest’opera l’analisi si trasforma in una riflessione complessiva sul mutamento capitalistico, oltre i confini dell’economia in senso stretto. Il capitalismo viene descritto come un organismo storico complesso, dotato di una propria logica evolutiva.

Il capitalismo si configura come processo: una sequenza di trasformazioni che scaturiscono dall'interno del sistema stesso, senza necessità di shock esterni o interventi correttivi per spiegare il cambiamento.

Schumpeter abbandona la visione dell'economia che tende spontaneamente alla stabilità e propone una visione dove il disequilibrio rappresenta la condizione ordinaria del capitalismo maturo.

Il sistema procede attraverso fratture, discontinuità e ristrutturazioni profonde, senza tendere verso una condizione di equilibrio.

Il capitalismo, in questa prospettiva, assomiglia a un fiume turbolento più che a un lago in equilibrio: la sua dinamica nasce dalla rottura del cosiddetto "flusso circolare", quella configurazione stazionaria in cui produzione, prezzi e redditi si riproducono identici nel tempo.

Quando un imprenditore introduce una nuova combinazione produttiva – un nuovo prodotto, un nuovo processo, un nuovo mercato o una nuova forma organizzativa – il flusso circolare si spezza: ne derivano profitti temporanei, riallocazioni di risorse e, contemporaneamente, perdite per le imprese ancorate alle tecniche precedenti.

Per chiarire il meccanismo, si pensi all'introduzione di una tecnologia che consente di produrre lo stesso bene con un costo unitario inferiore del 20%: l'impresa innovatrice realizza inizialmente un extra-profitto e le imprese concorrenti subiscono una riduzione dei margini.

Nel tempo, l'imitazione diffonde l'innovazione e l'extra-profitto scompare, lasciando però un nuovo livello di produttività.

All'interno di questa sequenza prende forma la celebre "distruzione creatrice", un processo che genera simultaneamente progresso e dissoluzione, crescita e perdita.

La distruzione colpisce imprese, competenze, rendite consolidate; la creazione apre spazi per nuovi investimenti, nuovi mestieri e nuovi equilibri sociali.

Il risultato aggregato può essere un aumento del benessere materiale, anche se l'esperienza individuale resta spesso segnata da instabilità e conflitto.

Schumpeter analizza con ammirazione la straordinaria capacità del sistema di generare crescita e innovazione ma, al tempo stesso, ne individua i fattori di erosione interna.

Il possibile superamento del capitalismo deriva, nella sua analisi, dal suo stesso successo e non da una crisi economica distruttiva: proprio i risultati ottenuti minano progressivamente le istituzioni, le classi sociali e le motivazioni che ne avevano sostenuto l'ascesa.

L'originalità dell'opera risiede in questa tensione tra ammirazione analitica e diagnosi disincantata: un'analisi che rinuncia a prescrizioni politiche immediate per concentrarsi sulla comprensione profonda delle forze storiche in gioco.

2. Il motore del capitalismo: distruzione creatrice e concorrenza nell’era delle grandi imprese

John Martin, Distruzione di Pompei ed Ercolano (1822)

Schumpeter distingue due figure dell’attività economica: il manager e l'imprenditore innovatore.

Il primo opera all'interno di una struttura produttiva data, amministrando la routine quotidiana dell'impresa; il suo reddito assume la forma di una remunerazione funzionale, paragonabile, sul piano teorico, al salario del lavoratore qualificato.

L’imprenditore innovatore, invece, incarna la forza di rottura del sistema. Egli introduce quelle che Schumpeter definisce "nuove combinazioni": nuovi prodotti, nuovi processi produttivi, nuovi mercati, nuove fonti di approvvigionamento o nuove forme di organizzazione industriale.

Per chiarire il funzionamento di questo meccanismo, può essere utile ricorrere a un esempio numerico, ispirato alla logica del sistema di profitti e perdite discussa da Sobel e Clemens.

Immaginiamo un mercato di candele in equilibrio stazionario, corrispondente al "flusso circolare": il costo unitario di produzione è pari a 1 euro e il prezzo di vendita coincide con tale valore.

Il profitto è nullo: le imprese coprono i costi, remunerano il lavoro e il capitale, senza generare surplus residui.

L'ingresso dell'imprenditore schumpeteriano modifica radicalmente questo quadro. L'innovazione consiste nell'introduzione di una tecnologia alternativa, non in un miglioramento marginale del prodotto esistente.

Supponiamo che l'imprenditore sviluppi la lampadina. Il costo unitario di produzione è di 2 euro, mentre l'utilità per i consumatori risulta molto più elevata rispetto a quella della candela. Di conseguenza, il prezzo di mercato iniziale può attestarsi a 10 euro.

Il calcolo del profitto imprenditoriale assume la forma seguente:

  • Prezzo di vendita: 10 euro.
  • Costo di produzione: 2 euro.
  • Surplus imprenditoriale: 8 euro.

Questo surplus è una remunerazione temporanea legata all'esclusività dell'innovazione, non un salario né una rendita permanente. L'imprenditore detiene un vantaggio tecnologico che gli consente di occupare una posizione di monopolio transitorio.

Con l'aumento della concorrenza, il prezzo di vendita inizia a ridursi: da 10 a 8 euro, poi a 5, fino ad avvicinarsi progressivamente al nuovo costo medio di produzione.

Il profitto straordinario tende così a dissolversi, mentre la tecnologia diventa patrimonio collettivo dell'economia. Nel frattempo, i produttori di candele subiscono una perdita di competitività che conduce, in molti casi, all'uscita dal mercato.

Il profitto assume quindi la forma di un reddito da disequilibrio, generato da una discontinuità temporanea e destinato a scomparire con la diffusione dell'innovazione.

La sua funzione economica consiste nel segnalare dove le risorse possono essere riallocate in modo più produttivo. Questo meccanismo di segnalazione rappresenta il cuore dinamico del capitalismo schumpeteriano.

Il processo di distruzione creatrice assume la forma di una sequenza incessante di ristrutturazioni, nella quale nuove configurazioni produttive sostituiscono quelle precedenti.

La distruzione riguarda imprese, competenze e capitale specifico; la creazione introduce nuovi settori, nuove professioni e nuovi standard di vita.

L'analisi di Schumpeter si spinge oltre la dinamica microeconomica e investe la struttura industriale complessiva: egli osserva il passaggio storico dal capitalismo concorrenziale, caratterizzato da imprese di piccole dimensioni, al capitalismo delle grandi organizzazioni industriali.

Questo processo di concentrazione industriale modifica profondamente la natura della concorrenza, che si gioca sulla capacità di innovare in modo sistematico più che sul prezzo.

In contrasto con l'interpretazione neoclassica del monopolio come fonte di inefficienza allocativa, Schumpeter attribuisce alle grandi imprese un ruolo propulsivo nello sviluppo tecnologico.

La dimensione elevata consente di accumulare risorse finanziarie, di sostenere costi di ricerca elevati e di distribuire il rischio su un ampio portafoglio di progetti.

L'innovazione diventa così un'attività organizzata, integrata stabilmente nella struttura aziendale.

Il progresso tecnico perde i tratti dell'intuizione isolata e assume la forma di un processo pianificato, inserito in strategie di lungo periodo.

Il caso del nylon sviluppato nei laboratori della DuPont negli anni Trenta illustra bene questo punto: l'innovazione nasce da un programma sistematico di ricerca, finanziato e coordinato da una grande impresa, piuttosto che dall'iniziativa individuale di un singolo inventore.

La concorrenza rilevante per il progresso capitalistico assume perciò un carattere dinamico e temporale, fondato sulla minaccia continua di nuove innovazioni capaci di rendere obsolete le posizioni dominanti.

La grande impresa resta esposta alla possibilità di essere superata da una nuova combinazione tecnologica, anche quando detiene un potere di mercato rilevante.

Il capitalismo appare quindi come un sistema alimentato dalla propria instabilità, dove concentrazione industriale e innovazione si intrecciano in modo strutturale, dando forma a una dinamica di sviluppo che riscrive costantemente le basi stesse della concorrenza.

3. L’inevitabilità del socialismo: l’erosione del capitalismo dal suo interno

Il paradosso centrale dell'analisi schumpeteriana prende forma nella tesi secondo cui il capitalismo giunge al proprio superamento come esito della sua stessa riuscita storica.

L'argomentazione si discosta radicalmente dalla visione marxiana della storia, che individua nella crescente miseria del proletariato la forza motrice della trasformazione rivoluzionaria.

Schumpeter osserva una traiettoria opposta: il capitalismo eleva il tenore di vita, amplia l'accesso ai beni e rafforza le capacità produttive, erodendo però progressivamente le basi sociali e istituzionali che ne avevano sostenuto l'ascesa.

In Capitalismo, socialismo e democrazia, la celebre domanda "Può il capitalismo sopravvivere?" riceve una risposta volutamente spiazzante: "No, non lo credo".

La chiave interpretativa risiede nell'analisi delle istituzioni e dei gruppi sociali: il capitalismo avanzato modifica in profondità i rapporti di proprietà, le forme di autorità e i meccanismi di legittimazione, fino a rendere fragile la propria architettura sociale.

Schumpeter individua diversi processi convergenti. Il primo riguarda la trasformazione della proprietà privata.

Nelle grandi società per azioni, la figura del proprietario-imprenditore si dissolve. Il controllo dell'impresa passa a manager professionisti, mentre l'azionista assume il ruolo di percettore di redditi finanziari.

La proprietà perde progressivamente il carattere personale, emotivo e simbolico che aveva contraddistinto il capitalismo ottocentesco: di conseguenza, la difesa della proprietà privata smarrisce intensità morale e capacità di mobilitazione politica, rendendo più debole il consenso sociale che la sostiene.

Un secondo processo investe la struttura degli strati sociali. Lo sviluppo capitalistico elimina gradualmente le classi pre-capitalistiche che, pur risultando inefficienti dal punto di vista produttivo, avevano svolto una funzione di stabilizzazione sociale e politica: artigiani, piccoli proprietari terrieri, aristocrazie locali e ceti indipendenti scompaiono o vengono assorbiti.

Resta una borghesia imprenditoriale altamente efficiente nella sfera economica, priva però di una visione politica condivisa e di una vocazione al comando sociale.

L'abilità negli affari non colma il vuoto nella direzione della società, perché le competenze economiche non si traducono automaticamente in capacità di leadership istituzionale.

Il terzo elemento riguarda la dinamica degli intellettuali. L'espansione capitalistica genera un'enorme produzione di ricchezza che alimenta l'istruzione di massa, l'università, il giornalismo e l'amministrazione pubblica.

Questo processo determina la formazione di una classe di intellettuali dotati di strumenti critici e di visibilità pubblica, che trova nella messa in discussione dell'ordine esistente una fonte di legittimazione e influenza.

Il sistema capitalistico, finanziando la diffusione dell'istruzione, produce al proprio interno un gruppo sociale incline alla critica sistematica delle sue strutture, contribuendo alla diffusione di atteggiamenti di ostilità culturale e simbolica.

Questi processi agiscono congiuntamente trasformando gli atteggiamenti diffusi e alterando il modo in cui la società percepisce la proprietà, l'autorità e il profitto.

L'efficienza crescente del sistema e la progressiva "meccanizzazione" dell'innovazione rendono la figura del proprietario-imprenditore sempre meno rilevante.

L'accumulazione appare come il risultato di procedure organizzative e tecniche, e questo mutamento incide profondamente sull'immaginario sociale, ridimensionando il peso dell'iniziativa personale.

Schumpeter interpreta questa evoluzione come una preparazione culturale e istituzionale alla forma di vita socialista.

Il socialismo diventa progressivamente una configurazione plausibile agli occhi di una società abituata a grandi organizzazioni, pianificazione interna alle imprese e gestione impersonale delle risorse, perdendo i connotati del progetto utopico o della sollevazione improvvisa.

Schumpeter affronta anche la questione della fattibilità economica del socialismo.

Egli riconosce la solidità teorica dei modelli di pianificazione sviluppati da Enrico Barone e Oskar Lange, nei quali i prezzi vengono utilizzati come parametri contabili per guidare l'allocazione delle risorse.

L'equilibrio economico può essere concettualmente riprodotto attraverso procedure di calcolo razionale, basate su informazioni centralizzate e su regole di aggiustamento.

La maturazione tecnologica del capitalismo rende dunque tecnicamente concepibile un'economia pianificata, capace di coordinare produzioni complesse e di operare su larga scala.

Schumpeter accetta questa possibilità sul piano logico e analitico, mostrando una notevole distanza dalle critiche puramente ideologiche al socialismo.

Il suo scetticismo si concentra invece sulle implicazioni umane e sociali, in particolare sul rischio di una riduzione degli spazi di autonomia individuale e di una burocratizzazione pervasiva della vita economica.

Il processo di erosione interna del capitalismo assume così una forma precisa: un sistema che, attraverso la propria efficienza, produce le condizioni culturali, organizzative e psicologiche che rendono plausibile il suo superamento.

Il capitalismo crea la ricchezza, le competenze e le strutture che permettono al socialismo di presentarsi come una modalità di organizzazione praticabile, anche se non necessariamente desiderabile in termini di libertà e pluralismo.

4. Democrazia e stato fiscale: competizione politica e mercato dei voti

Spostando l'analisi dal terreno dell'economia a quello della prassi politica, Schumpeter propone una revisione radicale del concetto di democrazia.

La democrazia viene intesa come un metodo istituzionale per la selezione dei decisori politici, non come un fine etico né come l'autogoverno consapevole del popolo.

Per Schumpeter, la democrazia è l'assetto nel quale individui e gruppi acquisiscono il potere di decidere attraverso una competizione organizzata per il voto popolare.

Il momento più importante del processo democratico risiede nella lotta competitiva tra élite politiche.

Il popolo sceglie periodicamente chi governerà, in modo analogo a come un consumatore seleziona un prodotto sul mercato, senza governare in senso attivo.

Il parallelismo economico diventa esplicito. I politici assumono un ruolo funzionalmente simile a quello degli imprenditori, mentre i voti rappresentano la risorsa scarsa da conquistare.

I partiti elaborano programmi, slogan e promesse con l'obiettivo di massimizzare il consenso, così come le imprese progettano beni e strategie di marketing per attrarre clienti.

La competizione politica premia la capacità di persuadere più della verità o dell’efficienza intrinseca delle proposte, secondo una logica simile a quella del mercato.

Un esempio numerico elementare chiarisce il meccanismo. Supponiamo che il Partito A prometta un sussidio di 100 euro, mentre il Partito B prometta 120 euro.

Per l’elettore medio, valutare la sostenibilità fiscale di lungo periodo, l’impatto sul debito pubblico o sugli incentivi al lavoro richiede competenze e uno sforzo cognitivo elevato.

Il beneficio immediato, invece, è facilmente comprensibile. Nel caso ipotizzato, la scelta si orienterà verso il partito che promette il sussidio più alto, ossia i 120 euro.

Schumpeter sviluppa da qui una critica alla razionalità politica dell'elettore.

Nel mercato, l'individuo impara rapidamente dagli errori perché ne sopporta direttamente i costi. In ambito politico, invece, il peso del singolo voto risulta trascurabile e l'effetto delle scelte collettive si distribuisce sull'intera comunità.

Questa asimmetria attenua l'incentivo all'informazione e favorisce comportamenti emotivi, impulsivi e facilmente influenzabili.

Schumpeter descrive questo fenomeno come una regressione del comportamento politico verso forme di pensiero semplificate.

La sfera politica diventa il terreno privilegiato per la propaganda, per l'uso di simboli, slogan e tecniche di suggestione, in linea con la psicologia delle folle.

È difficile non riconoscere, anche nel panorama politico attuale, la persistenza di queste dinamiche.

All'interno di questo quadro istituzionale, lo stato fiscale – inteso come Stato fondato sulla tassazione dell’economia privata – assume un ruolo sempre più rilevante.

Già nel saggio del 1918 sulla crisi dello stato fiscale, Schumpeter aveva colto la tensione strutturale tra l'espansione delle funzioni pubbliche e la natura privata dell'accumulazione capitalistica.

Lo Stato moderno amplia progressivamente la spesa pubblica per sostenere il consenso e gestire le trasformazioni sociali, estendendo il proprio intervento in ambiti sempre più vasti.

Il problema riguarda soprattutto la funzione politica della spesa: la fiscalità diventa uno strumento di redistribuzione, di stabilizzazione e di compensazione dei costi sociali prodotti dallo sviluppo economico.

Nel contesto della competizione elettorale, la promessa di benefici fiscali e trasferimenti monetari si trasforma in una leva decisiva per l'acquisizione del consenso.

La situazione descritta nel 1942 rappresenta l'esito di una traiettoria già delineata nei decenni precedenti.

Lo stato fiscale accentua il proprio ruolo decisionale nel tentativo di governare le tensioni generate dal capitalismo maturo.

La sfera della scelta economica si sposta progressivamente dal mercato all'autorità centrale, mentre la democrazia fornisce il quadro procedurale che legittima tale trasferimento di potere.

Il risultato è una trasformazione silenziosa e profonda.

La democrazia sopravvive come metodo di selezione delle élite, mentre la sostanza delle decisioni economiche viene sempre più centralizzata: la democrazia accompagna la transizione socialista invece di arginarla e ne costituisce il contenitore istituzionale.

Il mercato dei voti, combinato con lo stato fiscale, accompagna il capitalismo verso una configurazione nella quale la pianificazione, diretta o indiretta, diventa progressivamente accettabile agli occhi della società.

La metamorfosi finale non assume i tratti di una rottura rivoluzionaria: si tratta di un adattamento graduale delle istituzioni politiche alle esigenze di gestione di un'economia complessa, nella quale il consenso democratico legittima un ampliamento continuo dell'intervento pubblico.

La democrazia cambia funzione senza scomparire, segnando l'ultimo passaggio del percorso che conduce il capitalismo oltre sé stesso.

5. Limiti, attualità ed eredità dell’analisi schumpeteriana

L’opera di Schumpeter rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi di integrazione tra analisi economica e sociologia storica nel Novecento.

Questa ambizione costituisce al tempo stesso la sua forza e il suo limite, poiché espone l’analisi a difficoltà sul piano empirico e previsionale.

Diversi studiosi hanno evidenziato alcune debolezze specifiche dell’impianto schumpeteriano. In particolare, l’idea che il credito bancario costituisca la condizione necessaria e universale dell’innovazione è stata oggetto di discussione, poiché l’esperienza storica mostra una pluralità di modalità di finanziamento dell’attività innovativa.

Numerosi casi storici mostrano innovazioni finanziate attraverso autofinanziamento, reti informali o interventi statali diretti, ridimensionando il ruolo esclusivo attribuito al credito bancario.

Anche sul piano delle tendenze storiche, l’evoluzione del capitalismo ha seguito traiettorie più articolate rispetto a quelle che Schumpeter considerava plausibili.

Il sistema ha mostrato una notevole capacità di adattamento, integrando strumenti di intervento pubblico e di redistribuzione senza convergere verso una pianificazione centrale integrale.

Un ulteriore elemento spesso trascurato riguarda la genealogia intellettuale del pensiero schumpeteriano.

La figura dell’imprenditore si inserisce in una tradizione economica tedesca dell’Ottocento che ne aveva già riconosciuto il ruolo di soggetto dotato di capacità di giudizio e di coordinamento delle risorse.

Questa continuità storica ridimensiona l’immagine di Schumpeter come pensatore isolato e lo colloca all’interno di una tradizione più ampia che egli rielabora in modo coerente.

Alcuni sviluppi storici sembrano richiamare le intuizioni di Schumpeter: la ricostruzione del Giappone nel secondo dopoguerra ne è un esempio.

La ripresa, fondata su coordinamento pubblico, grandi imprese e innovazione organizzata, mostra come una crisi profonda possa aprire spazi per nuove combinazioni produttive.

L’obiettivo ultimo di Schumpeter è di carattere scientifico. Egli aspira alla costruzione di un’economia teoricamente rigorosa, capace di coniugare formalizzazione matematica e comprensione storica, in continuità con la tradizione dell’economia teorica rappresentata da autori come Quesnay, Cournot e Walras.

Il suo progetto si confronta però con la complessità dei processi sociali, dando luogo a una tensione che attraversa tutta l’opera senza trovare una sintesi definitiva.

Schumpeter non assume il ruolo di caposcuola, non fonda una “Scuola” nel senso keynesiano del termine e rimane, per temperamento e metodo, una figura autonoma.

L’assenza di una cerchia di discepoli non riduce però la portata del suo contributo: Schumpeter lo concepisce come parte di una costruzione collettiva della scienza economica. Il suo lascito consiste in una serie di apporti destinati a essere ripresi, discussi e sviluppati.

Il pensiero schumpeteriano ha così aperto la strada ad approcci successivi, talvolta diversi tra loro ma accomunati dalla ricerca di rigore teorico.

Schumpeter ci ricorda che l’economia riguarda individui, conflitti e trasformazioni profonde. Per lui, il capitalismo è un sistema in continua evoluzione, segnato da rotture che generano sviluppo e da cambiamenti che modificano gli assetti esistenti.

Comprenderlo implica riconoscere che teoria economica, storia e azione umana si muovono lungo uno stesso cammino.


La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica

4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno

5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti

6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo

8. L'economia classica: La teoria della distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero

15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale

16. Karl Marx: La teoria del valore

17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico

18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto

19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista

20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista

21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità

22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher

23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità

24. La Scuola Storica Tedesca di economia

25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale

26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano

27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico

28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta

29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises

30. La Scuola Austriaca di economia: Mises e la scienza dell’azione umana. Libertà, mercato e conoscenza

31. La Scuola Austriaca di economia: Hayek e i limiti della ragione: libertà, conoscenza e ordine spontaneo

32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione

33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità

34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia

35. Piero Sraffa

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