17. Povertà e processi cognitivi: gli effetti della scarsità su decisioni e benessere
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- Storia del pensiero economico
- Prima pubblicazione: 01 Febbraio 2026
«Poverty is not just a lack of money, it is not having the capability to realize one’s full potential as a human being».
Amartya Sen
È uno dei paradossi più dolorosi dello sviluppo economico: perché individui che avrebbero tutto da guadagnare da decisioni lungimiranti – come risparmiare, investire nella propria salute o pianificare il futuro – adottano comportamenti che sembrano intrappolarli nella povertà?
La questione ha attirato l’attenzione di economisti e di chi si occupa di politiche pubbliche, perché tali scelte appaiono, a prima vista, difficili da conciliare con l’idea di razionalità.
Le spiegazioni tradizionali si sono concentrate su fattori come la mancanza di istruzione, le barriere ambientali o le scarse opportunità.
Questi elementi aiutano a chiarire il contesto, ma lasciano aperta una domanda fondamentale: perché, anche a parità di condizioni esterne, le decisioni delle persone in condizioni di povertà seguono dei pattern ricorrenti?
Alcuni recenti studi stanno modificando il modo in cui questo fenomeno viene interpretato: l’esperienza della povertà influisce direttamente sui processi cognitivi e, di conseguenza, sulle decisioni quotidiane, anche a parità di contesto materiale e istituzionale.
Questa lettura sposta l’attenzione dalle caratteristiche individuali alle condizioni mentali generate dalla scarsità di risorse.
Immaginate la mente umana come un computer con una capacità di calcolo limitata: se troppi programmi pesanti vengono aperti nello stesso momento, l'intero sistema rallenta.
In modo analogo, vivere in una condizione di povertà costringe l’individuo a gestire continuamente preoccupazioni urgenti – affitto, bollette, debiti, spese mediche – che occupano gran parte delle risorse cognitive disponibili.
Si tratta di un vero e proprio peso mentale, spesso definito come “tassa cognitiva” (cognitive tax), che contribuisce al persistere delle condizioni di deprivazione: riduce la capacità di concentrazione, di pianificazione e di autocontrollo, compromettendo decisioni che richiedono una visione di lungo periodo.
Attraverso l’analisi di risultati empirici, l’articolo approfondisce i meccanismi che contribuiscono alla persistenza della povertà e alle dinamiche comportamentali che limitano la mobilità economica e sociale.
Indice
- La scarsità come carico cognitivo
- Evidenza empirica della "tassa cognitiva"
- Effetti su produttività e benessere
- Scarsità, ambiente e politiche pubbliche
1. La scarsità come carico cognitivo
La progettazione di efficaci interventi di politica economica richiede la comprensione dei comportamenti associati alla povertà.
I risultati empirici di diversi esperimenti mostrano che le persone a basso reddito tendono a prendere decisioni che risultano economicamente svantaggiose nel medio e lungo termine.
Tra queste rientrano una bassa propensione all’investimento, persino in presenza di opportunità ad alto rendimento come l’uso di fertilizzanti in grado di aumentare la resa agricola; una limitata capacità di risparmio per far fronte a spese impreviste e un ricorso frequente a forme di credito caratterizzate da tassi di interesse altissimi.
Vediamo un esempio: un prestito con un interesse del 10% mensile – frequente in contesti in cui l’accesso al credito regolamentato è limitato – comporta, nell’arco di dodici mesi, una somma da restituire che supera il doppio del capitale iniziale.
Un onere di questo tipo esercita una pressione continua sulle risorse disponibili e restringe ulteriormente i margini di scelta di chi già vive in condizioni di ristrettezza economica.
A questi comportamenti si affiancano altri elementi correlati alla povertà, tra cui livelli più bassi di produttività lavorativa e una minore regolarità nell’assunzione di trattamenti medici essenziali.
La letteratura tradizionale ha interpretato tali fenomeni principalmente attraverso due chiavi di lettura:
- Un primo approccio pone l’accento sulle condizioni ambientali: trasporti irregolari rendono difficile la puntualità, mentre l’assenza di istituzioni finanziarie accessibili ostacola le pratiche di risparmio automatico.
- Un secondo approccio richiama fattori di selezione e variabili non osservate, come il livello di istruzione, che tendono a essere associati sia al reddito sia alla qualità delle decisioni. Questa interpretazione attribuisce un ruolo di primaria importanza alle caratteristiche individuali e rischia di spostare implicitamente la responsabilità sulle persone stesse.
Una terza ipotesi, sviluppatasi di recente, amplia il quadro interpretativo introducendo l’idea di un effetto diretto della povertà sui processi mentali: la povertà agisce come una condizione che trasforma il modo in cui le persone pensano, valutano le alternative e prendono decisioni.
La scarsità diventa così un fattore attivo, capace di incidere sul funzionamento cognitivo quotidiano.
La teoria della scarsità, sviluppata nel lavoro di Mani e di altri studiosi, colloca l’analisi sul piano psicologico e cognitivo.
La povertà è una condizione che genera un elevato carico mentale, poiché richiede un monitoraggio costante di bisogni urgenti e risorse limitate.
Il concetto di scarsità riguarda la percezione soggettiva di disporre di una quantità insufficiente di una risorsa ritenuta essenziale, come il denaro, il tempo o le relazioni sociali.
Il meccanismo opera in maniera automatica e involontaria.
Un’analogia aiuta a coglierne la natura: una discussione intensa con una persona cara, avvenuta poco prima di un colloquio di lavoro, tende a riaffiorare alla mente durante l’incontro, interferendo con il livello di concentrazione richiesto.
Allo stesso modo, pensieri legati all’affitto, alle bollette o alle spese scolastiche dei figli occupano stabilmente l’attenzione di chi vive in condizioni di scarsità economica.
Queste preoccupazioni si collocano in primo piano nella vita mentale quotidiana e riducono lo spazio cognitivo disponibile per funzioni fondamentali come la pianificazione di lungo periodo, il controllo degli impulsi e la risoluzione di problemi complessi.
2. Evidenza empirica della "tassa cognitiva"
Numerosi studi empirici impiegano disegni sperimentali che rendono osservabile l’impatto delle preoccupazioni finanziarie sui processi cognitivi quotidiani delle persone in condizioni di povertà.
Un primo contributo si basa su una variante del cosiddetto false memory test: a partecipanti con livelli di reddito diversi viene letta una lista di parole semanticamente collegate a uno stesso ambito.
In una prima fase dell’esperimento, viene presentata una lista di parole legate a costi e pagamenti quotidiani, come “spesa”, “bollette”, “affitto” o “benzina”, senza che il termine “denaro” compaia esplicitamente.
In una fase successiva, ai partecipanti viene chiesto di ricordare le parole ascoltate: i soggetti a basso reddito mostrano una probabilità molto più alta di “ricordare” la parola assente, segnalando che il concetto di denaro risulta cognitivamente così centrale da essere richiamato dalla mente in modo automatico.
Un secondo studio approfondisce questo aspetto attraverso uno scenario ipotetico di natura diversa: ai partecipanti viene chiesto di immaginare una diagnosi medica grave ma curabile e di indicare quali siano i primi pensieri che affiorerebbero alla mente.
Le risposte mostrano una netta differenza a seconda del livello di reddito: gli individui più abbienti tendono a concentrarsi sulle reazioni emotive e sulle relazioni personali, facendo riferimento a familiari, speranza o sollievo.
Tra le persone a basso reddito, invece, una percentuale più elevata dei rispondenti indica immediatamente i costi della cura come una delle principali preoccupazioni.
Anche in questo caso l’attenzione si concentra su vincoli economici che, pur non esplicitati nello scenario, restano impressi in mente.
Un terzo filone sperimentale mette in luce una dimensione più ambivalente della scarsità. In un esperimento ormai classico, ai partecipanti viene chiesto se sarebbero disposti a camminare trenta minuti per risparmiare 15 euro su due acquisti diversi: una custodia per l'iPad dal valore di 30 euro o un iPad dal valore di 500 euro.
La maggior parte delle persone accetta la camminata nel primo caso ma la rifiuta nel secondo, valutando il risparmio in termini relativi.
Le persone in condizioni di povertà, però, mostrano una minore propensione a questa distorsione: per loro, il valore assoluto del denaro resta costante, indipendentemente dal contesto dell’acquisto.
In questo esempio, quindici euro assumono un significato concreto e immediato, legato a bisogni essenziali come uno o più pasti o il pagamento anticipato di una bolletta.
Questo filone di ricerca indica che un’attenzione fortemente concentrata sulle questioni economiche riduce le risorse disponibili per compiti che richiedono controllo esecutivo, flessibilità mentale e pianificazione.
Due studi chiave forniscono prove dirette di questo meccanismo.
Il primo, noto come mall study, è stato condotto in un centro commerciale e ha coinvolto individui con livelli di reddito eterogenei.
Ai partecipanti viene chiesto di riflettere su uno scenario finanziario ipotetico prima di svolgere test cognitivi standardizzati.
Una parte del campione viene invitata a considerare una spesa relativamente limitata, come una riparazione dell’auto da 150 euro, mentre l’altra riflette su una spesa molto più elevata, pari a 1500 euro.
Dopo lo scenario meno impegnativo, le prestazioni nei test di ragionamento e di controllo cognitivo somministrati durante l’esperimento risultano sostanzialmente identiche tra individui a basso e alto reddito.
In seguito allo scenario più oneroso, le prestazioni dei soggetti più abbienti rimangono invariate, mentre si osserva un calo marcato tra le persone a basso reddito.
L’ampiezza del calo equivale a una perdita di circa 10-13 punti di quoziente intellettivo: una differenza comparabile a quella tra una persona ben riposata e una che ha trascorso l’intera notte senza dormire.
Nel medesimo lavoro, Mani e gli altri autori affiancano agli esperimenti condotti in un centro commerciale un secondo studio sui coltivatori di canna da zucchero in India, osservati prima e dopo il raccolto.
Il reddito di questi agricoltori è soggetto a variazioni stagionali: prima del raccolto sostengono i costi legati alla coltivazione, mentre subito dopo ricevono i proventi della vendita, con un temporaneo aumento della liquidità.
Misurando le prestazioni cognitive delle stesse persone in momenti diversi, la ricerca mostra punteggi più elevati nei test di ragionamento e di controllo cognitivo nella fase successiva al raccolto.
Poiché il confronto viene effettuato sugli stessi individui, il risultato esclude spiegazioni basate su differenze innate come talento o abilità.
L’elemento che cambia in modo sostanziale è la pressione esercitata dalle difficoltà economiche affrontate nel periodo precedente al raccolto.
Nel complesso, i risultati empirici suggeriscono che vivere in condizioni di povertà comporti un peso mentale persistente.
Le preoccupazioni legate alla gestione quotidiana delle risorse economiche assorbono una parte rilevante dell’attenzione e delle capacità cognitive disponibili, lasciandone meno per altre attività.
È in questo senso che si parla di una “tassa cognitiva”: un onere invisibile che riduce la concentrazione, la capacità di pianificazione e il controllo delle decisioni, con conseguenze che si riflettono sulle scelte economiche, sulla produttività e sull’orientamento al futuro.
3. Effetti su produttività e benessere

La cosiddetta “tassa cognitiva” non affiora soltanto negli esperimenti controllati: si manifesta anche in situazioni lavorative reali.
Uno studio randomizzato condotto a Odisha, in India, ha analizzato il legame tra vincoli di liquidità e produttività: una parte dei lavoratori ha ricevuto una quota del compenso in anticipo, mentre gli altri sono stati pagati solo alla fine del periodo di lavoro.
L’anticipo ha attenuato le difficoltà economiche più immediate ed è stato accompagnato da un aumento della produttività compreso tra il 5% e il 10% tra i lavoratori che ne hanno beneficiato.
Un operaio che produceva 100 unità al giorno è arrivato a produrne fino a 110, a parità di condizioni fisiche di lavoro e di intensità dello sforzo richiesto.
Il cambiamento osservato risulta quindi coerente con un miglioramento delle risorse cognitive disponibili, reso possibile dalla riduzione delle preoccupazioni finanziarie.
Questi studi offrono nuovi contributi al dibattito sui programmi di welfare e sui trasferimenti monetari diretti alle famiglie, come sussidi o integrazioni del reddito: una critica ricorrente sostiene infatti che tali interventi riducano gli incentivi al lavoro e favoriscano comportamenti passivi.
I risultati sperimentali suggeriscono invece che l’allentamento dei vincoli finanziari possa tradursi in un aumento dell’efficienza e della produttività, proprio perché consente agli individui di allocare meglio le proprie risorse mentali.
Il sostegno economico agisce come un fattore abilitante, capace di migliorare la qualità delle decisioni e delle prestazioni.
Ulteriori conferme provengono dai programmi rivolti alle fasce più vulnerabili della popolazione: questi interventi prevedono una combinazione di trasferimenti materiali e di attività di formazione e supporto continuativo nel tempo, configurando un insieme coordinato di risorse.
Le valutazioni condotte nel lungo periodo mostrano miglioramenti persistenti nel reddito, nella sicurezza economica e nel benessere soggettivo dei beneficiari.
I risultati disponibili indicano che interventi di ampiezza sufficiente possono aiutare a superare una trappola della povertà che include anche una dimensione psicologica, rafforzando la capacità di prendere decisioni più stabili e orientate al futuro.
Accanto ai lavori che supportano la teoria della scarsità, esistono studi che giungono a conclusioni diverse.
Un’analisi condotta da Carvalho, Meier e Wang ha esaminato le prestazioni cognitive di famiglie a basso reddito negli Stati Uniti in prossimità dei giorni di paga, senza riscontrare variazioni significative nelle capacità cognitive misurate.
Una possibile interpretazione riguarda l’intensità della condizione di scarsità: fluttuazioni temporanee di liquidità in economie avanzate potrebbero non essere sufficienti a generare un carico mentale paragonabile a quello riscontrato in contesti caratterizzati da forme di deprivazione più profonde.
Un contributo di segno opposto proviene invece dallo studio di Lichand e Mani, dedicato agli effetti di polizze assicurative contro la siccità sottoscritte dagli agricoltori.
L’analisi mette in luce come il beneficio dell’assicurazione si manifesti già nella fase precedente a eventuali eventi avversi: sapere di essere coperti in caso di perdita riduce l’incertezza e l’ansia legata al futuro, consentendo agli individui di affrontare le attività quotidiane con maggiore tranquillità mentale.
In questo modo, la semplice riduzione del rischio percepito libera risorse cognitive, con effetti positivi sul funzionamento mentale anche quando lo shock negativo non si verifica.
L’intuizione proposta da questo filone di ricerca è teoricamente convincente, ma il supporto empirico a favore del meccanismo descritto resta al momento incompleto.
Rimane aperta la necessità di ulteriori studi in grado di chiarire con maggiore precisione il ruolo dell’ansia anticipatoria e della percezione del rischio.
4. Scarsità, ambiente e politiche pubbliche
La povertà si presenta come un’esperienza complessa che non si esaurisce nella semplice mancanza di risorse economiche.
Chi vive in condizioni di povertà è esposto a una combinazione di deprivazioni che si rafforzano a vicenda e incidono direttamente sul funzionamento cognitivo: malnutrizione, stress prolungato, sonno insufficiente, inquinamento acustico e ambientale, esposizione a temperature elevate e stigma sociale costituiscono aspetti ricorrenti della vita quotidiana in questi contesti.
Ciascuno di questi fattori esercita una pressione specifica sulla capacità di concentrazione, sull’attenzione e sull’autoregolazione, riducendo ulteriormente le risorse mentali disponibili.
Un esempio particolarmente istruttivo proviene da uno studio condotto a Chennai, in India, che esamina il ruolo dell’ambiente nel compromettere il recupero cognitivo.
I ricercatori hanno osservato lavoratori a basso reddito che vivevano in contesti segnati da rumore continuo, sovraffollamento e temperature elevate.
Un primo intervento ha cercato di aumentare la durata del sonno notturno: i benefici osservati sono stati limitati, poiché la qualità del riposo rimaneva fortemente compromessa dalle condizioni ambientali.
Le misurazioni hanno mostrato che il sonno veniva frammentato da interruzioni molto frequenti, anche più di venti volte nell’arco di un’ora, rendendo difficile il raggiungimento di fasi di riposo profondo.
Un intervento alternativo ha invece prodotto risultati più favorevoli: brevi sonnellini diurni, svolti in ambienti silenziosi e controllati, hanno migliorato in modo apprezzabile sia le prestazioni cognitive sia la produttività lavorativa.
L’insieme di questi risultati indica che, in contesti di povertà, il fattore determinante è la qualità dell’ambiente in cui avviene il riposo, più che la quantità di tempo ad esso dedicata.
La scarsità assume così una dimensione ambientale che interferisce costantemente con il recupero delle risorse mentali.
Il rapporto tra povertà e salute mentale aiuta a comprendere la natura circolare di queste dinamiche: l’esposizione prolungata a difficoltà finanziarie e ambientali aumenta la probabilità di sviluppare ansia, depressione e altri disturbi psicologici.
A loro volta, tali condizioni incidono sul funzionamento cognitivo, riducono la capacità di pianificazione e rendono più difficile garantire una continuità lavorativa, aumentando la vulnerabilità economica.
Povertà e disagio mentale finiscono così per rafforzarsi reciprocamente nel tempo.
Questa prospettiva invita a riconsiderare le interpretazioni tradizionali della povertà. Le difficoltà osservate nei comportamenti e nelle decisioni quotidiane risultano comprensibili se lette alla luce dei vincoli cognitivi imposti da una condizione di scarsità persistente.
La povertà può così essere intesa come un fattore che riduce lo spazio mentale disponibile per pianificare, valutare alternative e sostenere scelte complesse nel tempo.
Da questa lettura discendono implicazioni rilevanti per il disegno delle politiche pubbliche: interventi che riducono il carico cognitivo associato all’accesso alle risorse possono migliorare in modo sostanziale l’efficacia delle misure esistenti.
La semplificazione delle procedure amministrative, ad esempio, può incidere direttamente sulla partecipazione ai programmi di sostegno, rendendo più agevole l’utilizzo di strumenti già disponibili.
In termini operativi, sono auspicabili soluzioni che tengano conto dei limiti cognitivi imposti dalla povertà: promemoria per scadenze importanti, opzioni predefinite che facilitano scelte favorevoli e una gestione dei pagamenti pensata per ridurli nei periodi di maggiore difficoltà finanziaria.
Integrare una prospettiva psicologica nella progettazione delle politiche pubbliche permette di migliorare l’efficacia degli interventi, rendendoli più coerenti con le condizioni reali in cui le persone prendono decisioni.
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1. Che cos'è la finanza comportamentale: quando psicologia e finanza convergono
6. Preferenze di rischio 1. Il modello dell'utilità attesa tra teoria e realtà
7. Preferenze di rischio 2. La Prospect Theory (Teoria del prospetto)
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9. Preferenze sociali 1. Altruismo, equità e fiducia nelle scelte individuali
12. I limiti dell'attenzione e le loro conseguenze sulle scelte economiche
13. Perché crediamo a ciò che ci fa star meglio: l'utilità derivante dalle credenze
15. Default, nudge e frame: l'architettura delle scelte nelle decisioni finanziarie
16. Malleabilità delle preferenze: dalle scelte inconsapevoli ai nudge nelle politiche pubbliche
17. Povertà e processi cognitivi: gli effetti della scarsità su decisioni e benessere
