Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità
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- Storia del pensiero economico
- Prima pubblicazione: 24 Gennaio 2026
«Politicians are like bad horsemen who are so preoccupied with staying in the saddle that they can't bother about where they're going».
Joseph A. Schumpeter
La concezione dinamica del capitalismo elaborata da Joseph Schumpeter apre la strada a una riflessione più ampia sulle conseguenze sociali, istituzionali e culturali del cambiamento economico, integrando la teoria dell’innovazione, dell’imprenditorialità e dei cicli economici.
Se il capitalismo è un sistema fondato su trasformazioni continue, diventa allora necessario interrogarsi su come tali trasformazioni incidano sulle strutture che ne garantiscono la stabilità politica, la legittimazione sociale e la coesione culturale.
È su questo terreno che si colloca la parte più controversa del pensiero schumpeteriano, relativa al destino storico del capitalismo.
Lungi dal formulare una previsione economica in senso stretto, Schumpeter sviluppa un’analisi di lungo periodo che intreccia economia, sociologia e teoria delle istituzioni.
Il risultato è una diagnosi originale e volutamente provocatoria, che sposta l’attenzione dalle crisi economiche in senso congiunturale alle tensioni interne della civiltà capitalistica.
Indice
- Una diagnosi sul destino del capitalismo
- L’eredità di Schumpeter e l’attualità del suo pensiero
- Schumpeter e l’evoluzione del capitalismo
1. Una diagnosi sul destino del capitalismo
Nel 1942, con la pubblicazione di Capitalismo, socialismo e democrazia, Schumpeter pose una domanda destinata a suscitare dibattiti duraturi: «Può il capitalismo sopravvivere?»
La risposta che fornì fu netta e volutamente spiazzante: egli riteneva improbabile la sua sopravvivenza nel lungo periodo.
Una conclusione di questo tipo, tuttavia, non traeva origine da una valutazione negativa delle prestazioni economiche del sistema: Schumpeter era infatti profondamente convinto della straordinaria capacità del capitalismo di produrre progresso tecnologico, aumento della produttività e miglioramento delle condizioni materiali di vita.
Il carattere paradossale della sua tesi risiede in questo passaggio: secondo Schumpeter, il capitalismo sarebbe stato messo in discussione dalle conseguenze del proprio successo.
La sua analisi assume la forma di un esperimento mentale di natura sociologica, volto a mettere in luce i processi attraverso cui il capitalismo tende a erodere le basi istituzionali e culturali che ne avevano reso possibile l’ascesa.
Il primo elemento di questa diagnosi riguarda la trasformazione della funzione imprenditoriale: nelle fasi iniziali dello sviluppo capitalistico, l’innovazione appare come il risultato dell’azione di individui capaci di rompere la routine, assumere rischi e imporre nuove combinazioni produttive.
Con l’affermarsi delle grandi imprese e delle organizzazioni complesse, l’innovazione assume progressivamente un carattere sistematico e pianificato, affidato a strutture burocratiche specializzate. Laboratori di ricerca, dipartimenti di sviluppo e procedure formalizzate tendono a sostituire l’iniziativa individuale.
Schumpeter interpreta questa evoluzione come una trasformazione della natura del progresso e non come un arresto del processo innovativo.
L’innovazione continua, ma assume forme più regolari e impersonali, perdendo il carattere eroico e discontinuo che aveva caratterizzato le fasi precedenti.
Secondo la sua analisi, tale mutamento produce conseguenze rilevanti sul piano sociale: quando l’innovazione diventa un processo routinizzato, gestito da apparati impersonali, la funzione storica della borghesia imprenditoriale tende a svuotarsi.
Il capitalismo continua a funzionare, mentre la classe che ne aveva incarnato la spinta propulsiva perde progressivamente la propria giustificazione sociale.
A questo processo si affianca la dissoluzione di quelli che Schumpeter definiva gli “strati protettivi” dell’ordine capitalistico. Storicamente, istituzioni pre-capitalistiche come l’aristocrazia avevano svolto una funzione di guida politica e simbolica per una borghesia essenzialmente orientata agli affari.
La razionalità capitalista, nel suo avanzare, erode progressivamente queste strutture, giudicate inefficienti o obsolete. Il risultato è una borghesia sempre più priva di protezioni istituzionali e poco incline all’esercizio diretto del potere politico.
Secondo Schumpeter, questa debolezza politica rappresenta un punto critico dell’ordine capitalistico. La borghesia mostra un’elevata efficienza nella gestione economica, mentre incontra difficoltà strutturali sul piano della legittimazione politica e della leadership istituzionale.
Una volta venuti meno gli strati protettivi, essa si trova esposta alle pressioni sociali e ai conflitti politici, senza disporre di strumenti culturali e organizzativi adeguati a difendere il proprio ruolo.
Un terzo elemento rilevante della diagnosi schumpeteriana riguarda il ruolo degli intellettuali: una delle peculiarità del capitalismo è quella di generare, istruire e sostenere una vasta classe di intellettuali, grazie all’espansione dell’istruzione e alla diffusione della libertà di espressione.
Questi attori, tuttavia, tendono a svolgere una funzione critica nei confronti dell’ordine esistente. Il capitalismo, attraverso il proprio successo, crea così le condizioni materiali e culturali per la produzione di una critica sistematica di sé stesso.
Schumpeter individua qui un paradosso strutturale: l’istruzione di massa e la libertà di critica, elementi centrali della civiltà capitalistica, alimentano un clima culturale di crescente ostilità nei confronti del sistema.
Gli intellettuali forniscono narrazioni, categorie interpretative e linguaggi che contribuiscono a erodere la fiducia delle masse nei valori borghesi e, al tempo stesso, a indebolire la sicurezza ideologica della classe dirigente.
A completare questo quadro interviene la trasformazione del concetto di proprietà. Con l’espansione della grande impresa e dei mercati finanziari, la proprietà perde progressivamente il suo carattere concreto e personale.
Al posto del proprietario-imprenditore, direttamente coinvolto nell’attività produttiva, emerge la figura dell’azionista, spesso distante e anonimo.
La proprietà si smaterializza, assumendo la forma di titoli facilmente trasferibili, sempre più separati dal processo produttivo.
Secondo Schumpeter, questa trasformazione produce conseguenze profonde sul piano simbolico e morale. La proprietà diventa una categoria astratta, meno capace di suscitare identificazione e difesa.
In questo modo, uno dei pilastri dell’ordine capitalistico perde parte della sua forza legittimante, rendendo il sistema più vulnerabile alla critica politica e sociale.
Nel loro insieme, questi processi non sfociano in una crisi economica del capitalismo, ma in una crisi di legittimità:il sistema continua a produrre ricchezza e innovazione, mentre incontra crescenti difficoltà nel giustificare sé stesso come ordine sociale stabile e desiderabile.
È in questo senso che Schumpeter ipotizza una possibile transizione verso forme di organizzazione diverse, come esito graduale di un mutamento istituzionale, più che come risultato di una rottura rivoluzionaria.
2. L’eredità di Schumpeter e l’attualità del suo pensiero

Il fatto che la prognosi schumpeteriana non si sia realizzata nei termini ipotizzati non ne riduce la portata teorica.
Al contrario, molte delle tensioni individuate da Schumpeter continuano a manifestarsi nelle economie capitalistiche avanzate, sebbene in forme diverse da quelle da lui osservate.
La sua analisi conserva valore perché costruita attorno a meccanismi generali di trasformazione economica e istituzionale, che offrono strumenti concettuali flessibili e applicabili a contesti storici differenti.
I concetti di innovazione e distruzione creatrice sono oggi centrali in numerosi ambiti dell’analisi economica. In particolare:
- Le teorie della crescita endogena hanno ripreso l’idea che lo sviluppo sia il risultato di forze interne al sistema, legate all’accumulazione di conoscenza e al progresso tecnologico.
- Gli studi sull’imprenditorialità hanno riconosciuto il ruolo dell’imprenditore come agente del cambiamento.
- La strategia aziendale ha adottato una visione della competizione come processo dinamico di sostituzione di modelli di business.
In questi ambiti, l’eredità schumpeteriana si esprime attraverso un modo specifico di concepire il funzionamento dei mercati come processi evolutivi.
Anche sul piano critico, l’evoluzione storica ha mostrato i limiti di alcune tesi schumpeteriane: la funzione imprenditoriale non è scomparsa, ma si è trasformata, trovando nuove forme di espressione nell’ecosistema delle startup, del venture capital e dell’innovazione digitale.
Allo stesso modo, la classe intellettuale si presenta come un insieme eterogeneo di posizioni e orientamenti, spesso in tensione tra loro, piuttosto che come un blocco compatto ostile al capitalismo.
Questi sviluppi suggeriscono una lettura dell’impianto teorico di Schumpeter meno letterale e più analitica, attenta alle trasformazioni storiche delle categorie sociali da lui impiegate.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda lo stile e l’approccio di Schumpeter: formatosi nella tradizione accademica mitteleuropea, egli privilegiò la riflessione di lungo periodo rispetto all’intervento diretto nel dibattito politico contingente.
A differenza di altri grandi economisti del Novecento, Schumpeter mirò a comprendere le dinamiche profonde dei sistemi economici.
Rispetto a Keynes, fortemente impegnato nell’elaborazione di strumenti per l’intervento di breve periodo, Schumpeter rinunciò consapevolmente a fornire soluzioni subito spendibili sul piano delle politiche economiche.
Questa impostazione lo portò a concepire l’economia come una scienza storica, inseparabile dall’analisi delle istituzioni, dei conflitti sociali e delle forme di legittimazione del potere economico.
Se tale scelta ne limitò l’impatto immediato sul piano delle decisioni politiche, contribuì al tempo stesso a rendere il suo pensiero particolarmente duraturo e capace di dialogare con discipline diverse.
3. Schumpeter e l’evoluzione del capitalismo
Considerato nel suo insieme, il pensiero di Joseph Schumpeter offre una delle interpretazioni più articolate e penetranti del capitalismo moderno.
Nella sua prospettiva, il capitalismo va inteso come un processo storico complesso, caratterizzato da trasformazioni discontinue, nel quale dinamiche economiche, istituzioni sociali e mutamenti culturali risultano strettamente intrecciati.
La forza e la fragilità del capitalismo derivano dalla stessa fonte: la sua capacità di trasformarsi incessantemente.
Innovazione e distruzione creatrice alimentano lo sviluppo, generando nuovi assetti produttivi e nuove opportunità, ma al tempo stesso destabilizzano gli equilibri sociali e istituzionali su cui l’ordine capitalistico si regge.
Il capitalismo appare così come un sistema che produce costantemente le condizioni del proprio rinnovamento, ma anche le premesse delle proprie tensioni interne: è questa ambivalenza a renderlo un oggetto di analisi inesauribile e a spiegare l’attualità duratura del pensiero schumpeteriano.
Le domande sollevate da Schumpeter restano aperte:
- Quale assetto istituzionale può sostenere un sistema economico fondato sul cambiamento permanente?
- In che modo le istituzioni politiche e sociali possono adattarsi a una dinamica che tende a dissolvere continuamente l’esistente?
Interrogativi di questo tipo mostrano che l’analisi del capitalismo richiede un confronto con i fondamenti sociali e politici dell’ordine moderno.
A queste questioni Schumpeter dedicò la sua opera più celebre, Capitalismo, socialismo e democrazia, nella quale la riflessione sulla dinamica economica si amplia fino a comprendere le istituzioni e il destino della società capitalistica.
Quest’opera rappresenta il punto di arrivo della sua analisi del capitalismo e costituisce il fulcro dell’articolo successivo.
La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:
1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone
2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone
3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica
4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno
5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti
6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica
7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo
8. L'economia classica: La distribuzione del reddito
9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say
10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi
11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero
12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico
13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier
14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero
15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale
16. Karl Marx: La teoria del valore
17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico
18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto
19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista
20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista
21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità
22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher
23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità
24. La Scuola Storica Tedesca di economia
25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale
26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano
27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico
28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta
29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises
32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione
33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità
34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia
35. Piero Sraffa
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