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Piero Sraffa: la critica a Marshall e la teoria del surplus

Piero Sraffa e la rivoluzione silenziosa: dalla critica di Marshall alla teoria del surplus


14Giu2026

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico
Prima pubblicazione: 14 Giugno 2026

«Thus as the wage is gradually reduced from 1 to 0 the rate of profits increases in direct proportion to the total deduction made from the wage».

Piero Sraffa

L'influenza di Sraffa sul pensiero economico del Novecento si esercitò quasi interamente "dietro le quinte".

Economista di formazione classica, vicino ai principali protagonisti della cultura europea del secolo scorso e studioso di straordinario rigore teorico, mise in discussione le fondamenta della teoria economica dominante attraverso una produzione scritta sorprendentemente contenuta sotto il profilo quantitativo, sebbene di densità concettuale eccezionale.

La principale opera di Piero Sraffa, Production of Commodities by Means of Commodities (1960), conta meno di cento pagine, frutto di oltre trent'anni di lavoro.

In quelle pagine, Sraffa ricostruisce la teoria classica del valore e della distribuzione e mette in difficoltà l'intero impianto marginalista, senza proclami e senza manifesti.

Questo articolo ne ripercorre il pensiero: la formazione e le amicizie, la critica a Marshall, la riscoperta di Ricardo, il sistema dei prezzi e la controversia sul capitale.

Indice

  1. Introduzione
  2. Un crocevia di culture e amicizie intellettuali
  3. La demolizione del paradigma marshalliano
  4. La riscoperta di Ricardo e la visione dei classici
  5. Produzione di merci a mezzo di merci: il nucleo teorico e la sfida al marginalismo
  6. La critica della produttività marginale e la controversia del capitale
  7. Eredità, critiche e legami con Keynes e Marx

1. Introduzione

L'obiettivo dichiarato del lavoro di Sraffa era "deviare il carro della scienza economica" dal percorso soggettivista e psicologistico dell'economia marginalista, per riportarlo nell'alveo della tradizione classica di Smith, Ricardo e Marx, recuperata però in una versione depurata dalle sue incongruenze.

La critica alla teoria del valore fondata sull'utilità marginale e sulla produttività marginale dei fattori diventa perciò il passaggio preliminare a una più ampia revisione dell'impianto teorico dominante.

Collocato temporalmente dopo le grandi sintesi schumpeteriane e prima dello sviluppo sistematico della moderna macroeconomia post-keynesiana, Sraffa segna uno snodo nella storia dell'analisi economica, nel quale la teoria del valore e della distribuzione viene sottoposta a una revisione radicale.

La sua opera si inserisce nel dibattito novecentesco sul capitale e sulla distribuzione del reddito e apre la strada a un rinnovato approccio "del surplus", in cui i prezzi relativi e il saggio di profitto dipendono dalle condizioni tecniche di produzione e dalla distribuzione del reddito tra salari e profitti.

La portata della sua rivoluzione si sviluppa senza proclami teorici o manifesti programmatici: la forza dell'argomentazione sta nella struttura logica del sistema dei prezzi che costruisce, capace di mostrare le difficoltà interne dell'impostazione marginalista e, al tempo stesso, di fornire una base analitica alternativa.

L'intervento di Sraffa è una sorta di rivoluzione silenziosa che ha influenzato a lungo il pensiero economico successivo.

2. Un crocevia di culture e amicizie intellettuali

Nato a Torino nel 1898, Sraffa si formò in un ambiente accademico italiano dominato dal marginalismo di matrice marshalliana, dove la teoria dell'equilibrio parziale e l'analisi in termini di utilità e produttività marginale erano il riferimento teorico quasi esclusivo.

Fin dagli studi universitari mostrò però una spiccata inclinazione per i problemi dell'economia reale: le dinamiche monetarie, i rapporti di potere, la distribuzione del reddito.

Tre amicizie orientarono la sua visione del mondo e il suo percorso teorico: Antonio Gramsci, John Maynard Keynes e Ludwig Wittgenstein.

Il legame con Gramsci nasce negli anni universitari a Torino da una passione politica che non si tradusse mai in militanza di partito. Gli diede, però, un orizzonte critico per guardare all'economia come a uno studio di rapporti sociali, storicamente determinati e segnati dai conflitti sulla distribuzione.

Fu proprio Sraffa a sostenere Gramsci durante gli anni del carcere, con libri e stimoli intellettuali che sarebbero confluiti nei Quaderni del carcere: gli aprì addirittura un conto illimitato presso una libreria milanese.

Il trasferimento a Cambridge nel 1927, favorito da Keynes e dovuto anche alla necessità di sottrarlo alle pressioni del fascismo, lo portò al centro del dibattito economico internazionale.

Qui entrò in contatto con il gruppo keynesiano e prese parte alle discussioni che accompagnarono la nascita della General Theory con acute osservazioni critiche.

Il suo ruolo rimase defilato, ma l'influenza che esercitò nei seminari e nelle conversazioni private fu riconosciuta dai contemporanei.

In questo ambiente Sraffa lasciò un segno anche nella filosofia. Il confronto con lui spinse Wittgenstein oltre l'atomismo logico del Tractatus, verso una concezione del linguaggio come pratica sociale radicata in "forme di vita".

Celebre è l'aneddoto riportato da Norman Malcolm: durante una discussione, Sraffa compì un tipico gesto napoletano – il movimento della mano sotto il mento, a indicare scetticismo o indifferenza – e chiese a Wittgenstein quale fosse la "forma logica" di quel gesto.

La provocazione mostrava che non ogni espressione dotata di senso si lascia ricondurre a una struttura logica formale, e contribuì a maturare un'idea del linguaggio fondata sull'uso, sul contesto e sulle pratiche condivise.

L'episodio, pur nella sua apparente semplicità, riflette un tratto costante della personalità di Sraffa: la capacità di individuare, anche attraverso esempi pratici, le tensioni interne a un impianto teorico, e di aprire spazi per una riformulazione dei suoi presupposti.

3. La demolizione del paradigma marshalliano

Il primo contributo di Sraffa al dibattito teorico fu la critica all'equilibrio parziale di Alfred Marshall, negli articoli del 1925 e del 1926.

In quei saggi, mise in discussione la coerenza interna dell'impianto marshalliano: l'analisi di una singola industria, mostrò, presuppone condizioni che mal si conciliano con un sistema economico in cui tutto è interdipendente.

Il bersaglio era il tentativo di costruire curve di offerta fondate su rendimenti variabili – crescenti o decrescenti – dentro un quadro di concorrenza perfetta.

Prendiamo il mercato delle automobili. Secondo Marshall, possiamo studiare domanda e offerta di auto isolandole dal resto dell'economia, tenendo ferme le altre condizioni (ceteris paribus).

L'equilibrio del settore nasce così dall'incontro tra una curva di domanda decrescente e una curva di offerta che riflette i costi dell'impresa rappresentativa.

Ma quell'isolamento, osservò Sraffa, è logicamente fragile. Finché la produzione di auto incide poco sul mercato dei fattori, l'approssimazione regge: se le case automobilistiche assorbono una frazione modesta dell'acciaio prodotto, possiamo dare per fermo il suo prezzo.

Le cose cambiano quando il settore gode di rendimenti crescenti e si espande assorbendo quote crescenti di acciaio.

Supponiamo che la produzione di auto raddoppi e che la maggiore domanda faccia salire il prezzo dell'acciaio del 10%: quell'aumento ricade su tutti i settori che usano acciaio, elettrodomestici, edilizia, cantieri navali.

Il mercato delle auto non si è mosso "a parità di tutto il resto", ma ha modificato i costi altrui: l'ipotesi ceteris paribus, che reggeva l'intera analisi del singolo settore, cade proprio nel momento in cui servirebbe.

Con rendimenti crescenti o decrescenti, insomma, l'interdipendenza tra le industrie rende impraticabile l'analisi parziale.

Sraffa riprese poi la distinzione classica tra le leggi dei rendimenti: nella tradizione ricardiana, i rendimenti decrescenti dipendevano dalla scarsità relativa delle risorse naturali, come i terreni agricoli, mentre quelli crescenti si legavano al progresso tecnico e all'organizzazione produttiva.

Marshall provava a far funzionare insieme, in modo simmetrico, le due dinamiche, per spiegare l'equilibrio della singola impresa in un mercato concorrenziale.

Sraffa mostrò che la simmetria non regge: i rendimenti crescenti portano a esiti incompatibili con la concorrenza perfetta, mentre rendimenti decrescenti generalizzati implicano una struttura dei costi difficile da conciliare con la mobilità dei fattori e con un equilibrio stabile dell'industria.

Di conseguenza, dentro una teoria coerente dei prezzi competitivi, solo i rendimenti costanti reggono sul piano logico. Soltanto in quel caso l'analisi di una singola industria conserva una relativa autonomia senza produrre contraddizioni nel sistema.

La tesi ridimensionava di molto la portata esplicativa dell'equilibrio parziale marshalliano.

Le implicazioni furono ampie. Le osservazioni di Sraffa alimentarono la riflessione sulle forme di mercato segnate da potere monopolistico e concorrenza imperfetta, che si sarebbe sviluppata negli anni Trenta.

Pesò ancora di più l'effetto di lungo periodo: la critica a Marshall rese possibile una ricostruzione teorica alternativa, che guarda al sistema economico nel suo insieme e lega i prezzi alle condizioni tecniche della produzione anziché all'utilità.

La demolizione dell'equilibrio parziale fu così il primo passo della revisione più ampia che si sarebbe compiuta nel sistema sraffiano.

4. La riscoperta di Ricardo e la visione dei classici

Mentre criticava l'impianto marginalista, Sraffa portava avanti un grande lavoro filologico: l'edizione critica delle opere di David Ricardo per la Cambridge University Press.

L'impresa, avviata negli anni Trenta e proseguita per oltre vent'anni, lo costrinse a esaminare manoscritti, corrispondenze e versioni preliminari dei testi ricardiani, e gli permise di ricostruire passo per passo l'evoluzione di quel pensiero.

Quel lavoro permise una reinterpretazione di Ricardo, liberandolo dall'immagine di precursore imperfetto della teoria marginalista della domanda e dell'offerta.

Sraffa sottolineò la coerenza interna dell'impianto classico, costruito intorno all'idea di sovraprodotto, o surplus, e a una concezione dell'economia come processo circolare di produzione e riproduzione.

I beni prodotti in un periodo diventano infatti mezzi di produzione per il periodo dopo, in un circuito continuo che tiene insieme produzione, consumo e distribuzione.

È una rappresentazione lontana dalla visione lineare che descriveva l'economia come una trasformazione dei fattori originari in beni finali.

Immaginiamo un sistema molto semplice, che produca un solo bene: il grano. Se a fine anno il raccolto è di 100 tonnellate e serve tutto a reintegrare le sementi e a mantenere i lavoratori, il sistema si limita a riprodursi.

Se invece il raccolto arriva a 120 tonnellate, le 20 in eccesso sono il surplus: il prodotto netto da distribuire tra le classi sociali.

Si delinea così il problema principale dell'economia politica classica: stabilire le quote che spettano a salari, profitti e rendite.

Con un solo bene il discorso resta semplice, perché grano si scambia con grano. Appena i beni diventano due – poniamo grano e ferro – sorge un problema in più: per ripartire ogni anno, il sistema deve rimettere in circolo sia il grano sia il ferro consumati nella produzione, e questo richiede un rapporto di scambio tra i due.

È qui che entrano in gioco i prezzi, con una funzione diversa da quella che gli attribuisce il marginalismo: nel sistema classico esprimono i rapporti di scambio ai quali l'economia riesce a riprodursi, reintegrando i mezzi di produzione e ripartendo il surplus.

Dipendono dalle condizioni tecniche della produzione e dalla divisione del reddito tra salari e profitti: elementi che vengono logicamente prima dei prezzi.

A quali condizioni quel rapporto si fissi è il problema che Sraffa affronta nel suo modello.

Il recupero dell'impianto ricardiano diede così a Sraffa le fondamenta su cui costruire: riprendendo l'approccio del surplus e riformulando in termini rigorosi il sistema classico, propose un'alternativa solida alla teoria del valore fondata sull'utilità e sulla produttività marginale, e aprì la strada al proprio sistema dei prezzi.

5. Produzione di merci a mezzo di merci: il nucleo teorico e la sfida al marginalismo

John Constable, Campo di grano (1816)

«Both are used, in part as sustenance for those who work, and for the rest as means of production – wheat as seed, and iron in the form of tools».

Piero Sraffa

Con Produzione di merci a mezzo di merci, nel 1960, Sraffa portò a compimento il progetto avviato negli anni precedenti: ricostruire la teoria classica del valore e della distribuzione.

L'opera è volutamente concisa e costruita quasi per assiomi: si presenta come un sistema di equazioni che descrive un'economia in cui le merci sono prodotte da altre merci e da lavoro, secondo rapporti tecnici dati.

La scelta, senza digressioni storiche né polemiche dichiarate, risponde a un'intenzione precisa: lasciare che sia la struttura logica del modello a reggere tutta l'argomentazione.

Per rendere più intuitivo il sistema, Sraffa invita a guardare all'economia come a un insieme di processi produttivi interdipendenti.

Immaginiamo un'economia che produca due beni: ferro e grano. Per ottenere 400 tonnellate di grano servono 280 tonnellate di grano (sementi e sostentamento dei lavoratori) e 12 tonnellate di ferro (strumenti).

Per produrre 20 tonnellate di ferro servono 120 tonnellate di grano e 8 tonnellate di ferro. La circolarità salta subito agli occhi: il ferro entra nella produzione del grano e il grano in quella del ferro, in un rapporto di reciproca dipendenza tra i settori.

Ogni merce è insieme prodotto finale e mezzo di produzione per altri processi.

L'aspetto innovativo è che la tecnologia viene presa come un dato, descrivibile attraverso quantità fisiche osservabili: gli input e gli output di ciascun processo.

Per fissare i prezzi non serve alcuna informazione sulle preferenze individuali, né alcuna ipotesi sui rendimenti di scala: Sraffa studia il sistema in un dato stato, con le quantità effettivamente prodotte e i metodi in uso, senza chiedersi cosa accadrebbe se la produzione aumentasse o diminuisse.

I prezzi discendono direttamente dalla struttura tecnica del sistema e dalla distribuzione del reddito tra salari e profitti: sono le soluzioni di un sistema di equazioni simultanee, in cui compare una variabile distributiva che va fissata dall'esterno.

Sraffa dimostra poi che il saggio del profitto e il saggio del salario sono legati da una relazione inversa: date la tecnologia e l'entità complessiva del prodotto netto, se cresce la quota destinata ai salari il saggio del profitto si riduce, e una maggiore remunerazione del capitale comprime la quota dei salari.

Il prodotto netto si presenta così come una grandezza che si ripartisce tra le classi sociali secondo rapporti storicamente determinati.

Basta allora fissare uno dei due termini distributivi – il salario reale, che dipende da condizioni istituzionali e rapporti di forza, oppure il saggio del profitto, legato ai tassi monetari e alle aspettative di rendimento – perché l'altro termine e l'intero sistema dei prezzi risultino determinati in modo univoco.

Il modello mostra quindi che la distribuzione del reddito viene logicamente prima dei prezzi relativi, e capovolge l'impostazione marginalista, che fa dipendere la distribuzione dalla produttività dei fattori.

Con Produzione di merci a mezzo di merci, Sraffa costruisce su basi rigorose una teoria oggettiva del valore, radicata nelle condizioni materiali della produzione e nei rapporti distributivi.

La sua originalità sta proprio nello spiegare come si formano i prezzi e il saggio del profitto senza ricorrere all'utilità marginale e senza misurare il capitale come se fosse un fattore omogeneo: una teoria alternativa, fondata sulla tradizione del surplus.

6. La critica della produttività marginale e la controversia del capitale

Tra i passaggi più taglienti dell'opera di Sraffa c'è la critica alla teoria marginalista della distribuzione, quella che fa dipendere i redditi dalla produttività dei fattori.

Analizzando in forma rigorosa il sistema dei prezzi di produzione, Sraffa mostrò che l'idea di "capitale" come fattore omogeneo, misurabile a prescindere dai prezzi e dalla distribuzione del reddito, non ha basi teoriche convincenti.

La conclusione viene soprattutto dallo studio di due fenomeni: il "ritorno delle tecniche" (reswitching) e l'inversione dell'intensità di capitale.

La teoria tradizionale sostiene che, quando il tasso di interesse o il saggio del profitto – che per i neoclassici coincidono – scendono, le imprese adottano tecniche produttive più intensive in capitale.

L'idea è che il capitale, diventato relativamente meno costoso, venga impiegato in quantità maggiore rispetto al lavoro: si dà per scontata una relazione monotòna tra saggio del profitto e "quantità" di capitale impiegata, simile a quella tra il prezzo di un bene e la quantità domandata.

Sraffa dimostrò che le cose possono andare diversamente. Prendiamo due tecniche alternative, A e B, per produrre lo stesso bene.

Può capitare che A sia la più conveniente quando il saggio del profitto è alto, poniamo al 20%. Se il saggio scende al 10%, diventa più vantaggiosa B. E se scende ancora, fino a valori molto bassi, A può tornare a essere la più conveniente.

Il ritorno della stessa tecnica a livelli diversi del saggio del profitto è il reswitching, e mostra che la scelta tecnica non segue un ordine regolato dal costo del capitale.

Vale qualcosa di simile per l'inversione dell'intensità di capitale. Una tecnica che a un certo livello del saggio del profitto sembra più "capitalistica" può risultare meno intensiva in capitale a un altro livello dello stesso saggio: nessun ordinamento univoco delle tecniche in base al loro contenuto di capitale regge alla prova.

Misurare il capitale in valore dipende infatti dai prezzi, che a loro volta dipendono da come il reddito si distribuisce tra salari e profitti.

La conseguenza teorica è importante: per sapere quanto vale la "quantità di capitale" bisogna già conoscere la distribuzione del reddito, mentre il marginalismo pretende di spiegare quella distribuzione proprio a partire dalla produttività del capitale.

Il legame tra capitale e distribuzione diventa così circolare, e mina la coerenza dell'intero impianto neoclassico.

Questi risultati alimentarono la "controversia delle due Cambridge" degli anni Sessanta e Settanta: da una parte l'università inglese, dall'altra il MIT, che ha sede a Cambridge nel Massachusetts.

Economisti come Joan Robinson e Pierangelo Garegnani svilupparono le implicazioni critiche dell'analisi sraffiana, mentre dal fronte ortodosso lo stesso Paul Samuelson riconobbe che i fenomeni di reswitching erano logicamente possibili.

Il dibattito portò allo scoperto le debolezze delle funzioni di produzione aggregate usate nella macroeconomia tradizionale, e mostrò che manca una base solida per interpretare il saggio del profitto come espressione della produttività marginale di un capitale inteso come grandezza a sé.

La controversia del capitale fu uno dei confronti teorici più accesi del secondo Novecento: confermò la portata della critica sraffiana, che colpisce i fondamenti stessi della teoria della distribuzione e impone di ripensare l'intero edificio marginalista.

7. Eredità, critiche e legami con Keynes e Marx

L'analisi di Sraffa offre una base teorica di lungo periodo che si accorda con l'impianto keynesiano, pur muovendosi su un piano distinto.

Keynes guarda al livello di produzione e di occupazione in condizioni di incertezza e di aspettative mutevoli; Sraffa si occupa della struttura dei prezzi di produzione e della distribuzione del reddito in un sistema dato sul piano tecnico.

Tenere separata la determinazione dei prezzi relativi da quella dei livelli di attività permette di abbandonare l'idea che la piena occupazione sia l'esito naturale del funzionamento dei mercati.

Nel quadro sraffiano il saggio del profitto e i prezzi dipendono dalle condizioni tecniche e dalla variabile distributiva che si è scelta, mentre il volume della produzione può essere mosso dalla domanda effettiva.

Cade così il vincolo imposto dalla teoria della produttività marginale del capitale, che lega il saggio del profitto alla scarsità relativa di un fattore omogeneo.

Il principio keynesiano della domanda effettiva può allora estendersi anche al lungo periodo: la distribuzione del reddito non dipende dall'equilibrio tra domanda e offerta dei fattori, ma da variabili istituzionali e storiche.

Con Marx il rapporto corre su un altro versante. Sraffa affronta per via indiretta una delle questioni più discusse della teoria marxiana: la trasformazione dei valori in prezzi di produzione.

Mostra che il sistema dei prezzi e il saggio del profitto si possono ricavare dalle sole quantità fisiche dei mezzi di produzione e dal salario, e offre così una soluzione formale che rende superfluo il passaggio attraverso i valori-lavoro.

L'analisi resta ancorata alle condizioni materiali della produzione e alla ripartizione del surplus, e conserva l'idea che il profitto sia una quota del prodotto netto, appropriata in virtù di rapporti sociali storicamente determinati.

Il contributo di Sraffa va quindi oltre una semplice revisione tecnica della teoria marxiana: dà all'intuizione del surplus una veste matematica rigorosa e svincola la spiegazione dei prezzi tanto dall'utilità marginale quanto dal valore-lavoro, mettendo a disposizione uno strumento capace di dialogare sia con la tradizione classica che con la macroeconomia post-keynesiana.

Questi legami collocano il sistema sraffiano a metà strada tra correnti diverse del pensiero economico del Novecento, e offrono un terreno comune su cui tornare a discutere di distribuzione, di conflitto sociale e di dinamica del capitalismo.

Il pensiero di Sraffa ha però sollevato molte obiezioni. Diversi economisti dell'orientamento dominante lo giudicano troppo statico: l'analisi dei prezzi di produzione, sostengono, descrive un equilibrio di lungo periodo, ma non dà una teoria esplicita del cambiamento tecnologico, dell'innovazione o delle scelte dei consumatori.

Un'altra discussione riguarda la capacità dei prezzi di produzione di funzionare come centri di gravitazione per i prezzi di mercato: dove l'innovazione è continua, la finanza instabile e la domanda muta in fretta, la convergenza dei prezzi effettivi verso configurazioni di lungo periodo diventa problematica, e richiede ipotesi aggiuntive sui processi concorrenziali e sulle aspettative degli operatori.

L'eredità di Sraffa si è poi articolata in direzioni diverse, con letture spesso divergenti del suo contributo. Tra le linee principali:

  • La linea "ricardiana" di Luigi Pasinetti, che ha esteso l'analisi del surplus alla dinamica strutturale dei sistemi in crescita, costruendo modelli multisettoriali che tengono insieme distribuzione e progresso tecnico in un quadro coerente di lungo periodo.
  • La linea "marxiana" di Pierangelo Garegnani, che ha messo al centro la teoria del surplus, come base per una critica sistematica della teoria neoclassica della distribuzione e per uno studio dell'accumulazione fondato sui rapporti sociali.
  • La linea "smithiana" di Paolo Sylos Labini, che ha unito lo schema sraffiano all'analisi dei mercati oligopolistici e dei processi di innovazione, e ha messo in luce il peso della struttura industriale e della concorrenza dinamica nella formazione dei prezzi e degli investimenti.

Accanto a queste correnti sono cresciute altre elaborazioni, nella macroeconomia post-keynesiana e nella teoria della crescita trainata dalla domanda, che nel sistema sraffiano hanno trovato un riferimento utile per separare la determinazione dei prezzi dalla dinamica della produzione e dell'occupazione.

Oggi il pensiero di Piero Sraffa resta un riferimento per chi vuole indagare le basi logiche della scienza economica e interrogarsi sui limiti delle spiegazioni costruite solo sulle preferenze individuali e sulla scarsità dei fattori.

La sua "rivoluzione silenziosa" continua a ricordarci il carattere sociale e storico dei processi economici, e a mostrare l'economia come un sistema di riproduzione materiale, in cui la distribuzione del surplus resta un nodo teorico ed empirico di primo piano.


La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica

4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno

5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti

6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo

8. L'economia classica: La teoria della distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero

15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale

16. Karl Marx: La teoria del valore

17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico

18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto

19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista

20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista

21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità

22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher

23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità

24. La Scuola Storica Tedesca di economia

25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale

26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano

27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico

28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta

29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises

30. La Scuola Austriaca di economia: Mises e la scienza dell’azione umana. Libertà, mercato e conoscenza

31. La Scuola Austriaca di economia: Hayek e i limiti della ragione: libertà, conoscenza e ordine spontaneo

32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione

33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità

34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia

35. Piero Sraffa e la rivoluzione silenziosa

36. Joan Robinson e i post-keynesiani di Cambridge

37. Michał Kalecki: profitti, domanda effettiva e ciclo politico

38. Hyman Minsky e l'instabilità finanziaria

39. La sintesi neoclassica: Hicks, Samuelson e Modigliani

40. Robert Solow e la teoria della crescita economica

41. Kenneth Arrow, Gérard Debreu e la teoria dell'equilibrio generale

42. Milton Friedman e il monetarismo (più articoli)

43. Robert Lucas e la nuova macroeconomia classica

44. La nuova economia keynesiana e la sintesi contemporanea

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