Joan Robinson e i post-keynesiani di Cambridge

Joan Robinson e i post-keynesiani di Cambridge


08Set2026

Information
Andrea Gonzali Storia del pensiero economico
Prima pubblicazione: 08 Settembre 2026

«If there is any law governing the distribution of income between classes, it still remains to be discovered».

Joan Robinson

Joan Robinson fu una delle interpreti più autorevoli della General Theory e, allo stesso tempo, una critica sempre più radicale dell'economia neoclassica.

Il suo percorso intellettuale attraversò alcuni dei principali dibattiti economici del Novecento: dalla concorrenza imperfetta alla teoria dell’occupazione, dall’accumulazione alla distribuzione del reddito, fino alla controversia sul capitale e alla riflessione sul ruolo dell’ideologia nella scienza economica.

Attorno a lei, si sviluppò inoltre una tradizione che avrebbe dato origine a una delle principali correnti eterodosse del secondo dopoguerra: il post-keynesismo di Cambridge.

I suoi protagonisti condividevano il tentativo di sviluppare alcuni aspetti della rivoluzione keynesiana che ritenevano incompatibili con il ritorno dell'economia verso il paradigma neoclassico. Non furono però mai una scuola omogenea.

Per Keynes, la produzione e l’occupazione dipendono dalla domanda effettiva e non esiste alcun meccanismo automatico che garantisca la piena occupazione.

Ma cosa accade quando l’analisi viene estesa oltre il breve periodo?

L’investimento, infatti, determina la domanda corrente e contemporaneamente aumenta la capacità produttiva futura, modifica la composizione del capitale, influenza la distribuzione tra salari e profitti e cambia le condizioni nelle quali verranno prese le decisioni successive.

Questa domanda avrebbe aperto un programma di ricerca molto più ampio: dall'equilibrio di un sistema economico in determinate condizioni si passava al processo attraverso il quale l'economia cambia nel tempo.

Indice

  1. Joan Robinson: dalla concorrenza imperfetta alla rivoluzione keynesiana
  2. Accumulazione, distribuzione e tempo storico
  3. Le due Cambridge e la controversia sul capitale
  4. L’eredità della Cambridge post-keynesiana

1. Joan Robinson: dalla concorrenza imperfetta alla rivoluzione keynesiana

Joan Violet Robinson nacque nel 1903 e studiò economia al Girton College di Cambridge. Era entrata all’università con l’obiettivo di comprendere le cause della povertà e della disoccupazione, temi ai quali sarebbe rimasta legata per tutta la propria carriera.

Il suo percorso professionale si svolse quasi interamente a Cambridge, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della trasformazione dell’economia britannica tra le due guerre.

La sua prima grande opera, The Economics of Imperfect Competition, pubblicata nel 1933, apparteneva ancora in larga misura alla tradizione marshalliana.

Robinson partiva dal problema, ormai evidente, che la concorrenza perfetta descriveva assai male molti mercati reali.

Un’impresa che dispone di un certo potere sul prezzo del proprio prodotto si trova di fronte a una domanda solo in parte elastica: aumentando il prezzo perde alcuni clienti, non tutti.

Concorrenza perfetta e monopolio diventano quindi i due estremi di un continuum di situazioni intermedie.

Il libro contribuì in modo importante allo sviluppo della teoria moderna dell’impresa e dei mercati.

Robinson sistematizzò l’utilizzo delle curve di ricavo medio e marginale e introdusse nella teoria economica il termine monopsonio, riferito alla situazione nella quale un singolo compratore dispone di potere di mercato nei confronti dei venditori.

Questo primo lavoro è interessante anche per il confronto con l’evoluzione successiva del suo pensiero: Robinson cercava ancora di correggere e rendere più realistica la teoria economica ricevuta utilizzandone in buona parte gli stessi strumenti.

Anni dopo sarebbe diventata molto più critica verso quell’impostazione, arrivando a considerare alcune semplificazioni del proprio libro del 1933 come un vicolo cieco.

Quasi contemporaneamente, il centro dei suoi interessi si stava spostando verso la macroeconomia.

Alla fine degli anni Venti Robinson aveva conosciuto Keynes e negli anni successivi entrò nel gruppo di giovani economisti di Cambridge che discutevano con lui le idee da cui sarebbe nata la General Theory.

Tra questi vi erano Richard Kahn, James Meade, Austin Robinson e Piero Sraffa. Il gruppo, divenuto noto come Cambridge Circus, discuteva le bozze e le implicazioni della nuova teoria, contribuendo a chiarirne diversi passaggi.

Robinson divenne una delle più convinte sostenitrici della rivoluzione keynesiana: dopo la pubblicazione della General Theory nel 1936 ne favorì la diffusione e l’interpretazione, pubblicando già nel 1937 una Introduction to the Theory of Employment destinata a rendere più accessibili le nuove idee.

Proprio in questa fase cominciò però a delinearsi la distanza tra Robinson e quella che sarebbe diventata l’interpretazione dominante di Keynes.

Una parte crescente della professione economica cercò infatti di integrare la nuova macroeconomia keynesiana con il precedente impianto neoclassico. Robinson arrivò invece progressivamente alla convinzione che Keynes avesse aperto la strada a qualcosa di più profondo: un diverso modo di concepire il funzionamento di un’economia capitalistica, che non poteva essere ridotto a una teoria speciale applicabile quando salari e prezzi faticano ad aggiustarsi.

La piena occupazione non era, per Robinson, il punto verso cui il sistema tendeva naturalmente. Già nei suoi primi tentativi di estendere la teoria keynesiana al lungo periodo mostrava come la domanda effettiva continuasse a determinare produzione e occupazione anche oltre il breve periodo.

Da qui nasce il problema che avrebbe occupato gran parte della sua successiva attività scientifica. Keynes aveva spiegato perché la domanda determina produzione e occupazione nel breve periodo; restava da capire come si comporta un'economia nella quale l'investimento modifica di continuo anche la capacità produttiva.

2. Accumulazione, distribuzione e tempo storico

Nel secondo dopoguerra l'attenzione di Robinson e degli economisti di Cambridge si spostò quindi dal livello dell'occupazione nel breve periodo ai problemi dell'accumulazione e della crescita.

Nel breve periodo, lo stock di capitale può essere considerato dato. Se le imprese aumentano gli investimenti, cresce la domanda aggregata, aumentano produzione e reddito e, attraverso il moltiplicatore, l’effetto iniziale viene amplificato.

Nel tempo, però, quegli stessi investimenti diventano nuovi impianti, macchinari e capacità produttiva: un'impresa che costruisce uno stabilimento crea domanda mentre lo costruisce, pagando fornitori e operai; ma quando lo stabilimento è finito, quella domanda si esaurisce e restano capannoni e macchinari che possono produrre più di prima.

L'investimento agisce quindi sulla domanda e sull'offerta potenziale, in momenti diversi. Il processo che ne risulta (investire, aggiungere capacità produttiva, investire ancora) è quello che gli economisti chiamano accumulazione.

A questo punto diventa necessario domandarsi se la domanda crescerà abbastanza da assorbire la maggiore produzione e quali conseguenze avrà l'accumulazione sulla redditività, sull'occupazione e sulla distribuzione del reddito.

È in questo contesto che Robinson pubblicò nel 1956 The Accumulation of Capital, l’opera che considerava il proprio principale contributo teorico.

Il progetto era estremamente ambizioso: sviluppare una teoria dell’accumulazione capace di estendere l’intuizione keynesiana oltre il breve periodo.

Geoffrey Harcourt e Prue Kerr, autori della principale biografia intellettuale di Robinson, descrivono questo programma come una sorta di "generalizzazione" della General Theory al lungo periodo.

In questo percorso, Robinson lavorò a stretto contatto con altri economisti di Cambridge.

Richard Kahn, già autore del principio del moltiplicatore prima della General Theory, fu uno dei suoi collaboratori intellettuali più stretti.

Robinson gli attribuì un ruolo importante anche nella costruzione di The Accumulation of Capital, riconoscendo che numerosi problemi teorici del libro erano stati affrontati insieme.

Nicholas Kaldor sviluppò parallelamente una teoria della crescita e della distribuzione basata su una semplice osservazione: chi vive di profitti risparmia una quota del proprio reddito maggiore di chi vive di salari.

Se gli investimenti aumentano, la distribuzione del reddito può spostarsi a favore dei profitti; il risparmio complessivo cresce di conseguenza e finisce per adeguarsi al livello degli investimenti.

È l'inverso del meccanismo neoclassico, dove è il risparmio disponibile a stabilire quanto si può investire.

Luigi Pasinetti, della generazione successiva, avrebbe poi mostrato che questo risultato non dipende dalle propensioni al risparmio delle due classi sociali, ma solo da quella dei percettori di profitti: la distribuzione del reddito può quindi essere spiegata senza ricorrere alla teoria marginalista della produttività dei fattori.

L’idea di fondo era che crescita e distribuzione fossero strettamente legate: i profitti influenzano gli investimenti; gli investimenti generano reddito e contribuiscono a determinare i profitti; salari e profitti presentano differenti propensioni al risparmio; l’accumulazione modifica a sua volta produzione, occupazione e capacità produttiva.

Su questo punto fu importante anche l’incontro di Robinson con Michał Kalecki nel 1936. Kalecki aveva elaborato indipendentemente da Keynes una teoria della domanda, dell’investimento e dei profitti e disponeva inoltre di una teoria della distribuzione basata sul potere di mercato delle imprese.

Robinson sarebbe stata tra le più convinte sostenitrici della priorità e dell’originalità della sua analisi e, nel corso degli anni, il quadro kaleckiano avrebbe esercitato un’influenza crescente sul suo modo di interpretare accumulazione e distribuzione.

La costruzione di nuovi modelli di crescita costituiva però soltanto una parte del contributo della Cambridge post-keynesiana.

Dietro quei modelli si delineava una differenza metodologica sempre più profonda rispetto all’economia neoclassica.

Per Robinson, un’economia che accumula capitale non può essere descritta adeguatamente confrontando semplicemente due diversi stati di equilibrio.

L’investimento di oggi dipende dalle aspettative formulate sulla base delle informazioni disponibili nel momento in cui la decisione viene presa.

Una volta effettuato, quell’investimento modifica irreversibilmente lo stock di capitale e quindi le condizioni nelle quali verranno prese le decisioni successive.

Se le aspettative si rivelano sbagliate, non è possibile tornare indietro e scegliere nuovamente come se nulla fosse accaduto.

Nasce da qui la distinzione fra tempo logico e tempo storico, uno dei concetti più caratteristici del pensiero maturo di Robinson.

Nel tempo logico della teoria dell'equilibrio è possibile mettere a confronto configurazioni alternative nelle quali tutte le variabili risultano reciprocamente compatibili.

Come l'economia passi dall'una all'altra è una domanda che il confronto non pone.

Il tempo storico funziona diversamente. Il passato è ormai determinato, mentre il futuro rimane incerto; le decisioni sono prese in successione e ogni decisione modifica il punto dal quale verranno prese quelle successive.

In un modello storico deve quindi essere specificata anche la direzione della causalità.

Per Robinson questa distinzione aveva conseguenze molto concrete per la teoria economica.

Un’impresa decide se investire sulla base dei profitti attesi, delle condizioni finanziarie, della capacità già disponibile e delle prospettive della domanda.

L’investimento realizzato contribuisce poi a generare i profitti effettivamente ottenuti dall’insieme delle imprese: questi risultati modificano a loro volta le aspettative e quindi le decisioni future.

Il sistema può quindi evolvere senza convergere verso una posizione finale: l’economia crea parte delle proprie condizioni future mentre procede.

Le cosiddette Golden Ages utilizzate da Robinson nei suoi modelli di crescita sono situazioni nelle quali popolazione, capacità produttiva, accumulazione e progresso tecnico crescono a ritmi tra loro coerenti.

Servono come benchmark per capire che cosa accade quando quelle condizioni non sono rispettate, non come descrizione di un equilibrio verso cui il capitalismo tenderebbe spontaneamente.

Da qui nasce anche la critica di Robinson alla teoria neoclassica del capitale.

3. Le due Cambridge e la controversia sul capitale

Edward Robert Hughes, Fisher Lane by Great Bridge, Cambridge (XIX-XX sec.)

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si sviluppò uno dei dibattiti teorici più importanti del Novecento: la cosiddetta controversia sul capitale tra le due Cambridge, ossia Cambridge nel Regno Unito, dove operavano Robinson, Kaldor, Pasinetti e Sraffa, e Cambridge nel Massachusetts, sede del MIT, dove insegnavano Paul Samuelson e Robert Solow.

Da una parte e dall'altra si rivendicava l'eredità di Keynes. Samuelson e Solow appartenevano però a quella sintesi neoclassica che Robinson considerava un fraintendimento della General Theory, e il modello di crescita che Solow aveva pubblicato nel 1956 poggiava proprio sulla funzione di produzione aggregata che la Cambridge inglese metteva in discussione.

In una rappresentazione semplificata, il prodotto di un’economia dipende dalle quantità utilizzate dei diversi fattori produttivi, tipicamente lavoro e capitale.

Se il capitale diventa relativamente più abbondante rispetto al lavoro, la sua produttività marginale diminuisce; anche la sua remunerazione dovrebbe quindi diminuire.

Analogamente, una riduzione del tasso di interesse dovrebbe favorire l’impiego di tecniche relativamente più intensive di capitale.

Questo ragionamento richiede però che sia possibile parlare di una quantità di capitale indipendentemente dai prezzi e dalla distribuzione del reddito.

Il lavoro può essere misurato, almeno in prima approssimazione, in ore lavorate.

Ma come si misura la quantità di capitale di un’economia composta da edifici, macchinari, impianti, mezzi di trasporto e beni produttivi completamente differenti?

Una soluzione consiste nel sommarne il valore monetario. Ma il valore di questi beni dipende dai loro prezzi; e i prezzi, a loro volta, possono dipendere dal livello dei salari e dal tasso di profitto o di interesse.

Il tasso di profitto è però proprio la grandezza che la quantità di capitale dovrebbe spiegare. Il ragionamento gira in tondo.

Robinson attaccò questo problema già nei primi anni Cinquanta. La questione sarebbe stata approfondita successivamente attraverso l’analisi delle tecniche produttive e i fenomeni del reswitching e del capital reversing.

Il reswitching mostrava che una stessa tecnica produttiva poteva risultare conveniente sia a un tasso di profitto elevato sia a uno basso, mentre un’altra tecnica prevaleva per valori intermedi.

Veniva così meno la relazione monotona secondo la quale la riduzione del tasso di interesse conduce sempre verso tecniche caratterizzate da una maggiore quantità di capitale per lavoratore.

Era un risultato importante perché metteva in discussione alcune interpretazioni semplici della produttività marginale del capitale.

Anche economisti della Cambridge americana riconobbero la validità logica di questa parte della critica.

Con il passare degli anni, però, Robinson attribuì un’importanza ancora maggiore a un’altra questione.

La difficoltà di misurare il capitale si inseriva in un problema più generale: il tentativo di utilizzare comparazioni tra differenti posizioni di equilibrio per descrivere un processo che avviene nel tempo storico.

Supponiamo, per esempio, di confrontare due economie identiche eccetto per il tasso di interesse e di osservare quali tecniche produttive sarebbero utilizzate in ciascuna. L’esercizio è teoricamente legittimo.

Da qui non segue però che un’economia reale possa semplicemente passare dalla prima configurazione alla seconda quando cambia il tasso di interesse.

Nel frattempo sono stati infatti costruiti impianti, prese decisioni, accumulate competenze e formulate aspettative; il progresso tecnico può avere modificato l’insieme delle tecniche disponibili e la distribuzione del reddito può essere cambiata.

Il percorso seguito conta.

Negli anni Settanta Robinson arrivò per questo a ridimensionare l’importanza dello stesso reswitching: il problema fondamentale, sosteneva, era la confusione tra il confronto di equilibri immaginari e il processo di accumulazione che si svolge realmente attraverso la storia.

La teoria economica, secondo lei, doveva chiedere chi prende le decisioni, quali istituzioni operano nell'economia, come vengono finanziati gli investimenti e quali aspettative guidano le imprese.

E doveva dire attraverso quali meccanismi, esattamente, il sistema dovrebbe raggiungere la piena occupazione.

Sraffa aveva fornito una parte importante del retroterra teorico di questa critica, mentre l’analisi di Robinson si estendeva oltre la determinazione di prezzi e distribuzione, fino al problema dell’accumulazione come processo.

È su questo terreno che prende forma l’identità della Cambridge post-keynesiana.

4. L’eredità della Cambridge post-keynesiana

Gli economisti che vengono normalmente inclusi nella tradizione post-keynesiana non condividevano una teoria unica e codificata.

Persino l'espressione post-Keynesian si diffuse pienamente soltanto negli anni Settanta, quando diversi filoni già esistenti cominciarono a riconoscersi come un'alternativa comune alla teoria dominante.

La Cambridge britannica rappresentava soltanto una parte di questo movimento. Negli Stati Uniti, per esempio, economisti come Sidney Weintraub e successivamente Paul Davidson avrebbero sviluppato soprattutto gli aspetti monetari, finanziari e legati all’incertezza.

Minsky avrebbe seguito un percorso ancora diverso, concentrandosi sull’instabilità del sistema finanziario.

A Cambridge, invece, il nucleo principale ruotava attorno a Robinson, Kaldor, Kahn e successivamente Pasinetti. Il punto di partenza era Keynes, ma su quel percorso pesarono anche Kalecki e Sraffa.

Nonostante le differenze, alcuni elementi comuni possono essere individuati.

Il primo è la domanda effettiva. La quantità di risorse disponibili non basta a determinare il livello dell’attività economica.

Una carenza di domanda può produrre disoccupazione persistente e nulla garantisce che il sistema generi spontaneamente la spesa necessaria a utilizzare tutte le proprie capacità produttive.

Il secondo è il ruolo dell'investimento. Nella prospettiva post-keynesiana l'investimento dipende innanzitutto dalle decisioni delle imprese, guidate dalle aspettative di profitto e dalle condizioni finanziarie.

Genera reddito, contribuisce a determinare il risparmio realizzato e modifica la capacità produttiva futura: è uno dei motori principali della dinamica capitalistica.

Il terzo elemento è la distribuzione del reddito. La determinazione di salari e profitti può dipendere dal potere contrattuale, dalla struttura dei mercati, dalle decisioni d’investimento, dai comportamenti di risparmio e dalle istituzioni economiche, senza richiedere che le remunerazioni corrispondano alle produttività marginali di fattori misurabili indipendentemente.

Il quarto elemento è il tempo storico. L’incertezza riguarda un futuro al quale non sempre è possibile attribuire probabilità note.

Le imprese prendono decisioni riguardanti un futuro che in parte non può essere conosciuto e che le loro stesse decisioni contribuiranno a creare.

Infine, vi è una differente concezione dello scopo stesso della teoria economica.

Nel pensiero maturo di Robinson il bersaglio si sposta. Non è più questa o quella teoria sbagliata: è l'idea stessa che l'economia possa funzionare come una disciplina puramente deduttiva, separata dalle istituzioni, dalla storia e dai giudizi su quali problemi valga la pena studiare.

Il tema è particolarmente evidente in Economic Philosophy, pubblicato nel 1962: Robinson vi distingue la componente scientifica dell’economia da quella ideologica, sostenendo allo stesso tempo che fosse impossibile separarle completamente.

Anche decidere quali domande porre, quali ipotesi considerare plausibili e quali caratteristiche della società astrarre implica una determinata concezione del funzionamento dell’economia.

Nulla di tutto questo equivale ad attribuire lo stesso valore a qualsiasi teoria. Robinson rimase fortemente impegnata nella ricerca di spiegazioni razionali e nella critica logica delle teorie.

Riteneva però necessario rendere esplicite le ipotesi istituzionali e metodologiche sulle quali quelle spiegazioni si fondavano.

Robinson considerava l’analisi dell’equilibrio troppo limitata per spiegare un sistema nel quale l’investimento cambia continuamente la struttura produttiva, le aspettative possono essere deluse, la distribuzione influenza la domanda e il futuro non è semplicemente una replica statistica del passato.

L’alternativa da lei proposta rimase però incompleta e non diede origine a un sistema teorico unitario paragonabile per completezza al paradigma che criticava.

Anche The Accumulation of Capital presentava difficoltà irrisolte: la tensione tra l’utilizzo di configurazioni di equilibrio – come le Golden Ages – e il desiderio di analizzare realmente il tempo storico non fu mai completamente eliminata.

Alcuni dei concetti utilizzati per collegare profitto, accumulazione e crescita restavano difficili da definire fuori dalle condizioni di equilibrio che Robinson stessa criticava.

L’incompletezza rende forse ancora più interessante la sua eredità nella storia del pensiero economico.

Robinson lasciò un insieme di modelli e, soprattutto, una serie di domande: come può una teoria economica rappresentare un processo irreversibile? In che modo le decisioni d’investimento trasformano le condizioni future? Come interagiscono domanda, distribuzione e accumulazione? Quale ruolo hanno le istituzioni e il potere economico? E quanto è legittimo utilizzare il confronto tra equilibri per descrivere un sistema che non rimane mai fermo abbastanza a lungo da raggiungerli?

Sono interrogativi che avrebbero continuato ad attraversare il post-keynesismo ben oltre Cambridge.

E in questa evoluzione un economista avrebbe assunto un’importanza crescente anche per la stessa Joan Robinson: Michał Kalecki.

Kalecki era arrivato autonomamente a molte delle conclusioni che Keynes avrebbe reso celebri nel 1936, partendo però da Marx e dall'analisi dei cicli economici invece che dalla tradizione marshalliana di Cambridge.

Vedremo nel prossimo articolo come la sua teoria dei profitti e della distribuzione sia diventata il secondo fondamento della tradizione post-keynesiana.


La serie di articoli sulla "Storia del pensiero economico" contiene:

1. Il progetto di organizzazione sociale di Platone

2. La critica di Aristotele alla dottrina economica di Platone

3. Tommaso d'Aquino: alle origini dell'etica economica

4. Il mercantilismo: dalle origini al suo impatto nel mondo moderno

5. Fisiocrazia e Tableau économique: origini, principi e limiti

6. L'economia classica: Un nuovo approccio all'economia politica

7. L'economia classica: La teoria del valore-lavoro secondo Smith e Ricardo

8. L'economia classica: La teoria della distribuzione del reddito

9. L'economia classica: Jean-Baptiste Say

10. L'economia classica: Il pensiero di Malthus e Sismondi

11. L'economia classica: Il cammino verso lo stato stazionario e il commercio estero

12. L'economia classica: John Stuart Mill, l'ultimo economista classico

13. Il socialismo utopistico di Charles Fourier

14. Karl Marx: La sua filosofia di pensiero

15. Karl Marx: Una nuova interpretazione del processo di accumulazione del capitale

16. Karl Marx: La teoria del valore

17. Karl Marx: La teoria del plusvalore. Lo sfruttamento capitalistico

18. Karl Marx: La caduta tendenziale del saggio di profitto

19. Karl Marx: Le caratteristiche della società socialista

20. L'economia neoclassica: La rivoluzione marginalista

21. L'economia neoclassica: La Scuola Austriaca di economia. Origini, sviluppi ed eredità

22. L’economia neocassica: I contributi di Clark, Wicksteed, Wicksell, Edgeworth e Fisher

23. L'economia neoclassica: Alfred Marshall e l'economia moderna. Idee, metodo ed eredità

24. La Scuola Storica Tedesca di economia

25. John Maynard Keynes: Vita, contesto e sviluppo intellettuale

26. John Maynard Keynes: La critica all'ortodossia e le basi del pensiero keynesiano

27. John Maynard Keynes: La Teoria Generale: una rivoluzione nel pensiero economico

28. John Maynard Keynes: Keynes oggi: l'eredità di una rivoluzione incompiuta

29. La Scuola Austriaca di economia: dalle origini a Ludwig von Mises

30. La Scuola Austriaca di economia: Mises e la scienza dell’azione umana. Libertà, mercato e conoscenza

31. La Scuola Austriaca di economia: Hayek e i limiti della ragione: libertà, conoscenza e ordine spontaneo

32. Joseph Schumpeter e l’analisi del capitalismo: innovazione, imprenditorialità e trasformazione

33. Joseph Schumpeter e il destino del capitalismo: crisi, istituzioni ed eredità

34. Joseph Schumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia

35. Piero Sraffa e la rivoluzione silenziosa

36. Joan Robinson e i post-keynesiani di Cambridge

37. Michał Kalecki: profitti, domanda effettiva e ciclo politico

38. Hyman Minsky e l'instabilità finanziaria

39. La sintesi neoclassica: Hicks, Samuelson e Modigliani

40. Robert Solow e la teoria della crescita economica

41. Kenneth Arrow, Gérard Debreu e la teoria dell'equilibrio generale

42. Milton Friedman e il monetarismo (più articoli)

43. Robert Lucas e la nuova macroeconomia classica

44. La nuova economia keynesiana e la sintesi contemporanea

...

Andrea Gonzali, consulente finanziario autonomo
Andrea Gonzali
Consulente finanziario autonomo
Albo OCF n. 212739
Consulenza finanziaria indipendente
Come dovresti investire il tuo capitale?
Quando potrai smettere di lavorare?
Quanto potrai prelevare ogni mese, senza esaurire il capitale?
Analizzo il tuo portafoglio – o ti aiuto a costruirne uno da zero – e ti mostro quanto ti costa ogni anno. Verifico per quanti anni il tuo capitale può sostenere i prelievi e ti consegno un documento di politica di investimento con strategia, strumenti e regole di gestione.
Prenota una prima chiamata gratuita Ti rispondo personalmente entro 48 ore.
Il servizio di consulenza è prestato da Andrea Gonzali in collaborazione con Futura SCF, non da Dedalo Invest Finance s.r.l. I piani sotto indicati riguardano i servizi online di Dedalo Invest.

CI TROVATE ANCHE SU

Disclaimer

Tutti i tipi di investimento sono rischiosi. Il livello di rischio può essere più o meno alto e i rendimenti possono variare al rialzo o al ribasso. Ogni investimento è soggetto al rischio di perdita.
I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.